Un saggio di ecologia politica e antropologia culturale
1. Montagne ferite
Le Alpi Apuane sono un luogo unico al mondo. Catena montuosa di origine antichissima, modellata da processi geologici complessi, rappresentano non solo un patrimonio naturalistico straordinario, ma anche un paesaggio culturale, un intreccio di memorie, simboli e pratiche che hanno segnato la storia dell’Italia centrale.
Tuttavia, negli ultimi due secoli e in maniera esponenziale nell’ultimo mezzo secolo, queste montagne sono state sottoposte a una trasformazione senza precedenti. Le cave di marmo, un tempo piccole ferite controllate e gestite da comunità locali, si sono trasformate in veri e propri impianti industriali, in grado di smantellare interi versanti, alterare irreversibilmente gli ecosistemi, produrre polveri sottili, residui e inquinamento diffuso nelle acque e nei suoli.
Questa distruzione non è solo ambientale: è anche culturale. Antropologicamente, le Apuane sono sempre state vissute come “montagne sacre”, luoghi di identità collettiva, di lavoro e di ritualità. Il passaggio dall’estrazione manuale al prelievo meccanizzato e intensivo ha rotto il legame di equilibrio tra uomo e montagna. L’attuale modello produttivo riduce la montagna a materia prima, cancellando la percezione di appartenenza che per secoli aveva nutrito le comunità apuane.
2. La dimensione politica della distruzione
L’escavazione del marmo non può essere letta soltanto come fatto economico: essa è un fenomeno politico e sociale. L’egemonia delle imprese del settore, sostenuta da reti di potere e media, ha contribuito a marginalizzare ogni voce critica, presentando il conflitto come scontro tra lavoro e ambiente, tra cavatori e ambientalisti. In realtà, si tratta di una frattura apparente: i lavoratori stessi sono stati trasformati in ostaggi di un sistema che consuma rapidamente risorse e prospettive, senza garantire un futuro stabile.
Le lotte di movimenti come Salviamo le Apuane hanno messo in evidenza questa contraddizione, proponendo visioni alternative capaci di coniugare salvaguardia ambientale, giustizia sociale ed economia territoriale. Ma la politica istituzionale, salvo rare eccezioni, ha oscillato tra compromessi e rinunce, spesso piegata alla pressione di interessi economici consolidati.
3. Il paesaggio come bene comune
Secondo la Convenzione Europea del Paesaggio (2000), il paesaggio non è solo scenario estetico, ma “una determinata parte di territorio così come percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni.” Le Alpi Apuane incarnano perfettamente questa definizione: sono un paesaggio vissuto, narrato, cantato nelle tradizioni popolari, nelle storie orali, nelle forme artistiche.
La loro distruzione non significa dunque solo perdita di biodiversità o danno ecologico, ma anche erosione di memoria collettiva e identità. Un popolo che perde le proprie montagne perde parte di sé.
4. Oltre l’estrattivismo: la via del Buon Vivere
In questa prospettiva, la proposta della Politica del Buon Vivere appare come una nuova direzione antropologica e politica. Essa non si limita a chiedere la riduzione delle cave: propone un ribaltamento culturale.
Il Buon Vivere è una visione che trae ispirazione dalle culture indigene latinoamericane (Buen Vivir, Sumak Kawsay) e che, reinterpretata in chiave toscana ed europea, diventa un progetto di ricostruzione delle filiere locali, di rilancio delle economie comunitarie, di riscoperta del rapporto tra città e montagne, di sobrietà e consapevolezza del limite.
Applicata alle Apuane, la Politica del Buon Vivere significa:
Riconversione economica: trasformare i saperi e le competenze locali in nuove filiere produttive (artigianato, turismo sostenibile, produzioni agroalimentari).
Tutela del paesaggio: considerare la montagna non come merce, ma come bene comune da proteggere e valorizzare.
Giustizia sociale: garantire ai lavoratori percorsi di transizione equi, affinché nessuno venga abbandonato.
Identità culturale: restituire alle comunità il senso di appartenenza, rigenerando memoria, tradizioni e pratiche che legano l’uomo alla sua terra.
5. Conclusione: dal conflitto alla rinascita
La distruzione delle Alpi Apuane è la manifestazione estrema di un modello estrattivista che sacrifica territori e comunità sull’altare del profitto. Ma come spesso accade nella storia, dalle ferite può nascere una nuova visione.
La Politica del Buon Vivere si propone come risposta culturale e politica: non semplice ambientalismo difensivo, ma un nuovo umanesimo ecologista che intreccia economia, società e spiritualità. Le Apuane, se liberate dal giogo delle cave, possono tornare a essere non solo montagne da contemplare, ma simbolo di una rinascita collettiva.
In questo senso, la lotta per le Apuane non è locale: è universale. È un laboratorio di futuro. È la testimonianza che la dignità di un territorio e la felicità di chi lo abita possono valere più di qualsiasi blocco di marmo.
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