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lunedì, ottobre 13, 2025

Esce una guida che è una bussola per abitare il mistero dei Nativi Americani


Nativi Americani. Guida a Miti, Leggende e Preghiere



Ci sono libri che aprono passaggi, come una porta che si spalanca sul respiro profondo delle storie. Libri che sono un invito ad ascoltare prima di spiegare, a guardare senza imporre cornici, a riconoscere la dignità delle voci indigene là dove i racconti diventano memoria viva, canto, preghiera. “Nativi Americani. Guida a Miti, Leggende e Preghiere – Abitare il mistero, decolonizzare lo sguardo” di Raffaella Milandri è tra le guide più ampie e aggiornate dedicate alle tradizioni spirituali e mitologiche dei Popoli Indigeni del Nord America; coniuga rigore filologico e scrittura limpida, restituendo contesto, lingue e prospettive alle cosmologie delle nazioni native.

Il libro dialoga con il lavoro pluriennale dell’autrice e si affianca idealmente ad una sua opera di riferimento, “Nativi Americani. Guida alle Tribù e Riserve Indiane degli Stati Uniti”, tracciando un dittico complementare: da una parte la mappa dei popoli e dei territori, dall’altra il cuore simbolico dei miti e delle pratiche spirituali. Ne scaturisce un percorso che non folklorizza né semplifica, ma accompagna con precisione e rispetto studiosi, docenti, studenti, operatori culturali e lettori curiosi e appassionati.

Questo titolo si inserisce nella vasta collana che Mauna Kea Edizioni dedica da anni alla cultura nativa, un progetto editoriale che preferisce la cura alla fretta e la responsabilità all’effimero. Non un marchio che “presenta”, ma una casa editrice che continua a farsi tramite: scegliere i testi, ascoltare le comunità, offrire strumenti affidabili e accessibili, sostenere la lunga opera di divulgazione che Raffaella Milandri – insieme ad altri autori come Francesco Spagna e il poeta Lance Henson - porta avanti con molte pubblicazioni e con un impegno coerente sui diritti umani e sulla decolonizzazione dello sguardo.

Il volume è disponibile da ottobre 2025 con distribuzione nazionale in libreria e online.  
Per informazioni:  cliccare qui

domenica, marzo 02, 2025

Parlare di diritti dei Popoli Indigeni, oggi, è ancora un tabù. Perché?

“Essi sono il classico elefante in una stanza”. Intervista con la attivista Raffaella Milandri Articolo di Giovanni Rossi
In questa epoca di globalizzazione galoppante, la diversità culturale, espressa nelle usanze, nel linguaggio, nella musica e altri aspetti tradizionali diventa più che mai un prezioso patrimonio dell’umanità. Ma quello dei Popoli Indigeni è un argomento ancora poco discusso e spesso ignorato. Ne parliamo in un’intervista con Raffaella Mi-landri, giornalista, scrittrice e antropologa, fondatrice della Mauna Kea Edizioni, che si dedica da vent’anni alla difesa dei Popoli Indigeni ed è studiosa in particolare dei Nativi Americani. Non solo: nel 2010 è stata adottata dalla famiglia Black Eagle della Crow Nation, quindi, oltre a essere un’esperta e appassionata, è a pieno titolo un membro della comunità dei Nativi Americani. Esordisce così: «I Popoli Indigeni, secondo gli ultimi dati della World Bank, sono 476 milioni di persone nel mondo. Sono una presenza che è il classico “elefante nella stanza”, elephant in the room: una verità che, per quanto ovvia e appari-scente, viene ignorata o minimizzata. Un problema molto noto ma di cui nessuno vuole discutere». Cosa ti ha colpito maggiormente dei Popoli Indigeni? «Confesso la molla per conoscerli: sin da bambina, sognavo di incontrare i Navajo di cui leggevo nel mitico Tex della Bonelli. Quando li ho visitati la prima volta, a Window Rock, sono rimasta straordinariamente colpita dalla loro “diversità” in termini di valori e di approccio alla vita. Molto lontani dal pragmatismo occidentale, da quel nostro inquadramento basato sull’avere e non sull’essere, su un’identità incentrata sul lavoro e sul raggiungimento di obiettivi spesso stereotipati e sopravvalutati. Dopo i Navajo, ho incontrato altri popoli nativi americani, e poi i Bakà del Camerun, i San del Kalahari, i Rabari del Gujarat, i Bonda dell’Orissa, il popolo tibetano, gli aborigeni australiani e tanti altri. Nei Popoli Indigeni ho ritrovato quella preziosa “diversità” culturale e sociale, diversa da noi, ma con un’estrema assonanza tra di loro. Questo mi ha spinto a viaggiare, studiare, approfondire. E a vedere il mondo in modo differente. Negli ultimi anni mi sono poi concentrata sui Nativi Americani, che hanno nella loro storia e resistenza molto da insegnare, soprattutto come specchio della nostra civiltà occidentale. Oggi non abbiamo a che fare con i Popoli Indigeni originari, ma con quelli che convivono al nostro fianco, subendone le conseguenze. Dapprima vi è stato il colonialismo, cui è seguito il neocolonialismo. Oggi, per molti popoli la grande sfida è convivere con i nostri sistemi invasivi – dall’estrazione di combustibili fossili, alla deforestazione, alle coltivazioni intensive, alle espropriazioni di territori, alla globalizzazione, per citarne solo alcuni – e sopravvivere, mantenendo la propria cultura e identità».
Cosa hanno in comune i Popoli Indigeni? «Cercherò di essere breve e di attenermi ad alcuni concetti essenziali. Innanzitutto “indigeni” vuol dire che sono pressoché da sempre presenti nello stesso territorio, adattandosi, ottimizzando l’utilizzo delle risorse ivi presenti e identificandosi nell’ambiente stesso, in uno stile di vita quasi simbiotico. Le comunità indigene in buona parte sono definite come “cacciatori-raccoglitori”, comunità che non praticano l’agricoltura, ma questo non è esatto, basti pensare alle civiltà precolombiane e alle loro coltivazioni. Nei popoli nativi la caratteristica predominante è il rispetto, e quindi il “non-sfruttamento” esasperato delle risorse del territorio, in cui noi occidentali siamo maestri. Con la conseguenza, confrontati alla nostra società, di alcuni importanti vantaggi: niente sovrappopolazione; conservazione di ecosistemi; abilità di sopravvivenza senza la schiavitù tecnologica. Mi ha colpito di questi Popoli l’attaccamento all’identità e tradizioni; la tenacia e la determinazione con cui cercano di salvaguardare la loro cul-tura e trasmetterla alle giovani generazioni — oggi così esposte al bombardamento mediatico del mondo occiden-tale e all’omologazione culturale della globalizzazione. La cosa peggiore che hanno in comune è una storia di vio-lenza, abusi e soprusi da parte dei “conquistatori”, e il continuo assoggettamento forzato alla cultura dominante. Sanno come sopravvivere nel deserto, a elevate altitudini, nella foresta tropicale e nei ghiacci, ma molte comunità sono già state completamente cancellate dall’arrivo degli Europei». Perché sui media si parla così poco di Popoli Indigeni e dei loro diritti? «Innanzitutto qui bisogna risalire al peccato originale e citare la storia e gli inizi: il colonialismo europeo, con l’appoggio della Chiesa di Roma, alla conquista delle “terre di nessuno”, terrae nullius, sancito e “santificato” con bolle papali come la Bolla Inter Caetera e altre. Le potenze del vecchio continente sguinzagliarono navi e “conqui-statori” in tutti i continenti, con la scusa di cristianizzare i popoli selvaggi ma, in realtà, alla ricerca di risorse, territori e ricchezze di cui appropriarsi. Bartolomé de Las Casas, un vescovo cattolico spagnolo, si schierò dalla parte dei Nativi Americani e riportò, nelle sue cronache del Cinquecento, una ferocia inusitata contro gli indigeni in questa “missione” degli Europei. La geopolitica mondiale attuale è stata definita allora, grazie in primis alle bolle papali di cui molte associazioni native hanno chiesto l’abolizione. Parlare di diritti dei Popoli Indigeni va a minacciare gli interessi di molti Paesi europei e delle loro “propaggini” nate dal colonialismo, immensi territori come, ad esempio, Canada, Stati Uniti e Australia. Pur se negli ultimi decenni se ne parla più apertamente, la estromissione dei Popoli Indigeni dai libri di storia, di diritto e di sovranità territoriale è un chiaro caso di censura e controllo politico, ideologico e morale. Riconoscere le proprie colpe, sdoganare i diritti originari di questi Popoli, indurrebbe all’enorme rischio di dover ridisegnare completamente la mappa geopolitica mondiale. Va da sé che i media stessi ne parlino con il contagocce, per non toccare un punto dolente, estremamente delicato per molti Governi. Il cosiddetto mondo occidentale soffre di un terribile etnocentrismo, motivato da un lato da una sindrome di presunta superiorità, dall’altro da una continuata appropriazione indebita di territori». Negli ultimi anni abbiamo assistito a scuse epocali verso i Nativi del Canada e degli Stati Uniti, da parte di Papa Francesco e poi di Biden… «Da parte di entrambi, si è trattato di scuse per il sistema delle scuole residenziali, che è stato imposto dai Governi e gestito in primis dalla Chiesa cattolica, e che ha duramente colpito generazioni di Nativi con l’assimilazione forzata e un tentativo violento di cancellare la loro cultura. I giovani indigeni di Canada e Stati Uniti sono stati costretti, dalla fine dell’Ottocento fino a quasi venti anni fa, a lasciare le proprie famiglie e comunità, e gli è stato proibito di usare i loro nomi, parlare le loro lingue, praticare la loro religione, oltre a subire in molti casi documentati sevizie gravissime. Ne parlo dettagliatamente nella mia opera “ Le scuole residenziali indiane. Le tombe senza nome e le scuse di Papa Francesco”. In questi casi, le scuse sono state funzionali al potere di chi le porge, e non possono essere un mero esercizio statale di “colpa performativa”. Come hanno scritto Mark Gibney ed Erik Roxstrom in The Status of State Apologies: “Lo Stato potente non solo decide se e quando saranno fatte le scuse (o se saranno fornite delle ‘quasi scuse’), ma anche il modo in cui tutto ciò sarà eseguito”. In sostanza, le scuse non bastano, anzi possono costituire in sé una forma di violenza sulle vittime. L’aspetto positivo delle scuse è che, in particolare nel caso di quelle di Papa Francesco, l’impatto mediatico a livello mondiale è stato un ottimo strumento di divulgazione di verità che sono state taciute a lungo». Questi Popoli sono protetti dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni? «Questo è un punto molto spinoso. La Dichiarazione dei diritti dei Popoli Indigeni, UNDRIP, è stata adottata in tempi recenti dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, durante la sua 62ª sessione in New York, il 13 settembre 2007. Votarono a favore 143 stati, 4 votarono contro (non a caso, Australia, Canada, Nuova Zelanda e Stati Uniti, nati come colonie dell'Impero britannico e a maggioranza di popolazione non indigena); 11 stati si astennero (Azerbaijan, Bangladesh, Bhutan, Burundi, Colombia, Georgia, Kenya, Nigeria, Federazione Russa, Samoa e Ucraina) e 34 non furono presenti. In seguito i 4 stati a sfavore cambiarono voto, pur se molte critiche e opposizioni alla Dichiarazioni vanno avanti tuttora. Tra i diritti collettivi che la Dichiarazione proclama, a favore delle popolazioni autoctone, vi è quello all’autodeterminazione, a non essere espulsi dai loro territori e a godere delle risorse naturali situate su di esse. Oggi la Dichiarazione è lo strumento internazionale più completo sui diritti dei Popoli Indigeni. Essa stabilisce un quadro universale di standard minimi per la sopravvivenza, la dignità e il benessere dei Popoli Indigeni del mondo. Ma purtroppo non è uno strumento giuridicamente vincolante ai sensi del diritto internazionale: stabilisce sono uno standard che “dovrebbe” essere seguito. Come dicevamo prima: riconoscere i diritti dei Popoli Indigeni ai loro territori costituirebbe una “spesa” troppo ingente per molti Stati. Un altro strumento importante è l’UN Genocide Convention, la Convenzione delle Nazioni Unite per la Prevenzione e la Punizione del Crimini di Genocidio, redatta nel 1948: è un trattato internazionale che mette al bando il genocidio e obbliga gli Stati parte a implementare l'applicazione di tale divieto. Lo hanno sottoscritto finora 154 stati e 40 non ancora; tra gli stati che non lo hanno ancora sottoscritto troviamo alcuni nella stessa “lista nera” dell’UNDRIP come il Bhutan, il Kenya e Samoa. L’ultima sottoscrizione alla Convenzione è quella della Repubblica Dominicana nel 2022. E’ interessante notare che questa Convenzione fu approvata negli Stati Uniti solo nel 1988 da Ronald Reagan, nonostante le forti opposizioni. Si considerava a rischio la sovranità statunitense. L’accusa di genocidio non è un pianto romantico di liberali e buonisti. Si adatta perfettamente alla situazione vissuta dai Nativi Americani, ma anche ad altri Popoli Indigeni. Esiste poi anche la ILO 169, una convenzione dell’International Labour Organisation, molto importante, il cui obiettivo centrale è proteggere i diritti umani dei Popoli Indigeni e riconoscere “le aspirazioni di questi popoli a esercitare il controllo sulle proprie istituzioni, sui propri modi di vita e sullo sviluppo economico e a mantenere e sviluppare le proprie identità, lingue e religioni, nel quadro degli Stati in cui vivono”. Qui le adesioni sono state a oggi solo di ventiquattro Stati, di cui la ultima la Germania, nel 2021. Una convenzione ignorata dalla maggior parte dei Governi. Organizzai una petizione per l’adesione dell’Italia alla ILO 169 circa dieci anni fa, ma essa, con allegata raccolta firme, inviata al Governo e al Papa, non ottenne alcuna risposta». Link al testo integrale dell’UNDRIP: https://www.un.org/esa/socdev/unpfii/documents/DRIPS_it.pdf Link al testo dell’UN Genocide Convention: https://www.un.org/en/genocideprevention/genocide-convention.shtml Link alla lista di sottoscrizioni della ILO 169: https://normlex.ilo.org/dyn/nrmlx_en/f?p=NORMLEXPUB:11300:0::NO::P11300_INSTRUMENT_ID:312314
Qual è la situazione che hai visto di persona dei Popoli Indigeni e dei Nativi Americani oggi? «Devo di nuovo sottolineare che le problematiche dei Popoli Indigeni sono ignorate dalla maggior parte della po-polazione mondiale, proprio per i motivi che dicevo prima: da un lato i media ne parlano assai poco, dall’altro i Governi che sono più coinvolti temono grandemente di perdere terre e diritti su ciò che è stato sottratto ai Popoli Indigeni nei secoli scorsi e che viene sottratto anche oggi. In alcuni Paesi, come ad esempio in Africa e in Asia, molte situazioni sono drammatiche e ho potuto assistere a delle vere e proprie tragedie. I miei appelli sono rimasti perlopiù inascoltati. I Nativi Americani, invece, oggi sono negli Stati Uniti oltre nove milioni e in Canada oltre tre milioni: sono molto attivi, lottano per i propri diritti, hanno creato associazioni e università native, e pur se la loro posizione ha ancora tante problematiche da risolvere, hanno ottenuto leggi che li aiutano a proteggere le loro tradizioni, religioni e linguaggi. Molta la strada da fare, ma sono davvero un grande esempio di resistenza. Sono in contatto con diversi attivisti nativi, e la unione d’intenti, la determinazione e la collaborazione tra i consigli tribali e le comunità sono migliori che in tante comunità occidentali». Ultimissima domanda: nei tuoi viaggi per ricerche sui diritti dei Popoli Indigeni hai corso dei rischi? «Assolutamente sì. Purtroppo in alcuni Paesi come il Camerun, il Botswana, l’India e altri mi sono trovata a indagare su violazione dei diritti umani dei Popoli Indigeni a carico di multinazionali con interessi di sfruttamento minerario e forestale. In quei casi, viaggiando in incognito e senza coperture mediatiche, in luoghi ai confini del mondo, si rischia di scomparire – o meglio di essere fatti scomparire – in un attimo. Ho avuto incontri con attivisti indigeni in molte occasioni e in tutti i continenti. Ricorderò sempre quando, dopo aver filmato una intervista con un leader tribale dell’Orissa, minacciato di morte, tornai a casa e pubblicai un suo appello alla comunità internazionale. Dopo pochissimi giorni fu arrestato. Io ero in Italia sana e salva,mentre lui si trovava in pericolo. Molti suoi compagni attivisti erano già stati “eliminati”. Ho corso molti pericoli, ma quando si agisce per una causa in cui si crede, nulla deve rimanere intentato. Si tratta di vite umane di persone che non appartengono al mondo dei compromessi».

domenica, giugno 16, 2013

La mia Tribù: storie autentiche di Indiani d'America


La mia Tribù di Raffaella Milandri
Uscito solo dopo un anno e mezzo da "Io e i Pigmei", "La mia Tribù: storie autentiche di Indiani d'America" (edito da Polaris, maggio 2013.)
è stato presentato in anteprima al Salone Internazionale del Libro di Torino.
Ricco di bellissime immagini e di incredibili storie.
"Il sentimento dominante nel libro è il senso di colpa per il peccato di essere bianchi" dice l'autrice.
E' il racconto di due viaggi, uno nel passato e uno nel presente. Il viaggio nel passato, attraverso gli archivi
del BIA (Bureau of Indian Affairs ) e della tribù Crow, è la storia della cospirazione del Governo degli Stati Uniti
contro gli Indiani, nei due ultimi secoli. Dal Dawes Act, alla Legge dei Quarti di Sangue, alla sterilizzazione
forzata delle donne Native Americane negli anni '70, raccontata da testimoni viventi. Le lettere degli agenti indiani bianchi
che gestirono la riserva Crow rivelano la loro corruzione, il loro razzismo e le loro opinioni sul "problema indiano".
Il viaggio nel presente è quello dell'autrice: attraverso cerimonie, rituali e amicizie profonde, Raffaella Milandri viene adottata nella stessa famiglia Crow
dove il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama fu adottato nel 2008. Ha modo di scoprire i grandi problemi di oggi nelle riserve indiane:
suicidi, alcolismo, disoccupazione ma anche "perchè nelle riserve non ci sono banche nè Mac Donalds".
Il libro raccoglie anche leggende, tradizioni e folklore dei Nativi Americani.  

Raffaella Milandri

L'autrice
Viaggiatrice solitaria, fotografa e scrittrice, attivista per i diritti umani dei popoli indigeni,  Raffaella Milandri
usa le sue foto , libri e filmati  come mezzo di denuncia di ingiustizie e violazioni dei diritti umani.
Come attivista per i diritti umani dei popoli indigeni, porta avanti campagne e petizioni in favore di boscimani, pigmei
e altri popoli vittime di ingiustizie e a rischio di estinzione  ,
divulgando scottanti inchieste . Attualmente sta portando avanti una petizione per la Giornata Mondiale dei Popoli Indigeni.
Si impegna anche in campagne informative sul turismo responsabile nei Paesi in via di sviluppo.  


Fotografa e scrittrice (Io e i pigmei, editore Polaris, uscito a novembre 2011 e La mia tribù, in uscita a maggio 2013)
è stata spesso ospite televisiva e radiofonica (di Maurizio Costanzo, Licia Colò etc) e ha ricevuto anche premi in  riconoscimento del suo impegno umanitario.
Numerosi gli articoli sui suoi viaggi, su quotidiani e riviste .

Per agosto 2013, nuovo viaggio in solitaria per la viaggiatrice solitaria nella remota Papua Nuova Guinea,
dove è appena stata istituita la pena di morte per omicidi, stupri e rapine nonchè roghi per stregoneria.

Le chiediamo il perchè del suo smisurato amore per i Popoli indigeni.
"Tutto è iniziato quando ero bambina e leggevo i fumetti di Tex Willer,  dalla parte degli Indiani.
Tra l'altro ho avuto la fortuna di avere una amicizia proprio con il compianto editore di Tex, Zagor, Mister No: Sergio Bonelli,
da cui ho appreso lo spirito per l'avventura, ma anche il senso di responsabilità di essere cittadina del mondo e la volontà di lottare
contro le ingiustizie. I miei contatti con queste popolazioni ai confini del mondo mi hanno arricchito tantissimo,  loro sì che hanno lo spirito
e le caratteristiche dell'Uomo, e hanno una nobiltà che ancora il denaro e l'avidità occidentale non sono riusciti ad intaccare.
 Vanno protetti e salvati, come ultimo patrimonio dell'Umanità."
Raffaella Milandri

giovedì, ottobre 28, 2010

L'ultimo multireportage per i diritti umani di Raffaella Milandri: "Come testimone, io sono responsabile di verità che non vanno taciute"






Si preannuncia un evento molto seguito il multireportage-conferenza "Scomode verità: solidarietà e riflessione sui popoli indigeni", di Raffaella Milandri, che si terrà ad Ascoli Piceno il 31 ottobre.
"E' un incredibile viaggio che tocca vari popoli indigeni e feroci discriminazioni dei diritti umani
nonchè veri e propri genocidi. Per chi partecipa sarà come essere testimone oculare delle mie esperienze in solitaria " dice la Milandri.

Questo incontro con la fotografa umanitaria e attivista per i diritti umani dei popoli indigeni
Raffaella Milandri è una piccola rassegna di scomode verità raccolte durante i suoi viaggi in solitaria nelle realtà tribali. Foto, filmati e interviste denunciano situazioni che sono state riportate anche al Commissariato per l’eliminazione delle Discriminazioni Razziali dell’ONU.

Attraverso mezzi di comunicazione e social network la Milandri lancia appelli, raccoglie firme e missive di denuncia da inviare a Presidenti e Ministri di diverse nazioni, tra cui anche Sonia Gandhi.

L'appuntamento, organizzato dal Lions Club Ascoli Piceno Urbs Turrita e in particolare dal Presidente Marisa Cozza.è per il 31 ottobre 2010 ore 17,30 ad Ascoli Piceno, alla Sala Docens in Piazza Roma 6, nell'occasione vi sarà la cerimonia per il conferimento della borsa di Studio "Simona Orlini". Una poesia di Andrea cacciavillani, poeta e scrittore molisano, è stata composta
in solidarietà ai popoli indigeni e sarà interpretata dall'artista Edoardo Vecchiola.
L'evento, proprio grazie al suo particolare rilievo umanitario, verrà segnalato dall'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali del Milistero per le Pari Opportunità.

Dagli indiani d'America, agli aborigeni australiani, agli indios amazzonici, ai boscimani del Kalahari, agli adivasi dell'India e tante altre etnie, questi popoli indigeni sono fratelli nel condividere una storia tragicamente simile.

Culture antiche, radicate alle loro terre ancestrali, tradizioni e linguaggi unici patrimonio dell'Umanità. Ogniqualvolta in queste terre, tutt'oggi, viene trovato un giacimento minerario-oro, diamanti, bauxite, carbone- o una risorsa da sfruttare-petrolio, foreste- incomincia la distruzione, la cancellazione, la persecuzione per questi popoli , in nome del "Progresso" .

Durante questo multireportage, tra gli altri popoli, si parlerà in particolare dei boscimani del Kalahari, allontanati con la forza dalle loro terre a causa di miniere di diamanti che, sulla base di un comunicato di ottobre 2010, hanno fatto registrare un surplus di 22 milioni di euro nelle casse del Botswana. " I boscimani rischiano l'estinzione, gli interessi in gioco sono troppo rilevanti" dice la Milandri e aggiunge: "Questo multireportage sarà in programmazione in alcune città italiane e sono disponibile a ulteriori divulgazioni presso scuole e associazioni: come testimone, io sono responsabile di verità che non vanno taciute"

"Solo l'informazione può salvarci" questo è il messaggio semplice e incisivo di Kumti Majhi, un leader tribale dell'Orissa , che è contenuto in un appello divulgato dalla fotografa .

La Milandri, recentemente adottata simbolicamente dalla tribù dei Crow, indiani d'America,
organizza i suoi viaggi in solitaria preferibilmente in fuoristrada,
ecco il link ad un filmato su Raffaella Milandri :
http://www.youreporter.it/video_Il_lavoro_di_testimone_e_attivista_per_i_diritti_umani_1

domenica, novembre 22, 2009

Tra la perduta Gente, mostra-proiezione di Raffaella Milandri




UNA DENUNCIA IN SOLIDARIETA’ AI BOSCIMANI DEL KALAHARI E AI POPOLI INDIGENI E TRIBALI: “TRA LA PERDUTA GENTE”DI RAFFAELLA MILANDRI

“Tra la perduta gente “
è la nuova emozionante mostra-proiezione della fotografa e viaggiatrice in solitaria Raffaella Milandri.
Si terrà il 13 dicembre alle ore 16.00 presso l’Auditorium Comunale di San Benedetto del Tronto. “E’ un reportage video-fotografico, una importante testimonianza raccolta in Botswana che è un tributo di solidarietà al popolo dei Boscimani del Kalahari e a tutti i popoli indigeni. Con “Tra la perduta gente” si vuole anche sensibilizzare l’opinione pubblica e il Parlamento Italiano a favore della ratifica dell’Italia alla ILO 169” dice l’autrice.
Questo reportage, corredato da una intervista-denuncia sulla situazione dei Boscimani, è articolato dantescamente in tre sezioni di foto: immagini della terra ancestrale dei Boscimani nella sua bellezza (Paradiso), il villaggio dei Boscimani nel Kalahari con problemi di sopravvivenza (Purgatorio) ,ed infine uno dei campi di deportazione(Inferno).
“Durante la mia intervista la donna boscimane, mentre racconta le vicissitudini del suo popolo, indica sempre là, un punto lontano, dove vuole tornare: è la sua terra ancestrale, il deserto del Kalahari” dice la Milandri, e aggiunge:
“Il titolo ha significato duplice: la gente perduta sono i Boscimani, dispersi e smarriti nella loro identità; ma in senso dantesco sono anche i Governi e le multinazionali, quando usano un potere crudele contro popoli inermi”
LA STORIA DEI BOSCIMANI DEL KALAHARI
I boscimani sono uno dei popoli più antichi della terra: da oltre 30.000 anni hanno vissuto nel deserto del Kalahari. La Central Game Reserve of Kalahari, in Botswana, è infatti stata creata nel 1961 per proteggere il loro territorio e la loro cultura, basata sulla caccia e su una vita in armonia con la natura. Ma dal 1997 è iniziata una vera odissea per questo antico popolo, dopo la scoperta di ricche miniere di diamanti nel loro deserto. Uomini, donne, bambini, anziani portati via con la forza su camion, villaggi smantellati, scuola e ambulatorio medico chiusi, e per finire distrutte le riserve d’acqua e chiusi i pozzi d’acqua.
Dopo diverse deportazioni, oggi nella riserva sono rimasti solo 300 Boscimani, tutti gli altri sono in campi di reinsediamento. Questi 300 Boscimani hanno enormi problemi di sopravvivenza e una vita durissima : il Governo proibisce loro di andare a caccia, e vengono arrestati se lo fanno; il Governo proibisce loro di usare i pozzi d’acqua, e sono costretti a raccogliere l’acqua da pozzanghere nella sabbia e da radici. proibisce di La loro vita è durissima.
“Ho visitato il villaggio nel deserto, dopo aver donato loro zucchero, latte, the e tabacco, prendo una tanica d'acqua dall'auto e la poso in terra, in mezzo al cerchio della gente del villaggio, seduta all'ombra di uno dei rari alberi. E subito, con un ordine gerarchico e familiare che a me è oscuro, appaiono tazze di latta che vengono riempite e svuotate lentamente, in silenzio religioso. Ora comprendo appieno cosa significa l'acqua nel deserto. Lo vedo nei loro occhi, nei loro visi impolverati e nelle labbra aride. Chiedo ad una ragazzina che parla un po' di inglese dove si trova l'acqua, e lei alza il braccio indicando l'ovest: lontano, lontano....Le donne lavano i panni in bacinelle con un dito d'acqua densa e scura. Gli unici pozzi d'acqua vicini (30 km circa) sono stati chiusi e non hanno il permesso di scavarne di nuovi.” racconta la Milandri.
Oggi, mentre i Boscimani nel deserto lottano per la sopravvivenza, le migliaia che si trovano
nei campi di reinsediamento sono vittime di alcolismo, HIV, depressione. La loro unica ed antica cultura rischia di scomparire per sempre. Stanno perdendo la loro identità e ancora aspettano perché vengano riconosciuti i loro diritti umani.
Nel 2006 i Boscimani hanno vinto una –lunghissima- causa nei confronti del Governo del Botswana, ottenendo il diritto a vivere nelle loro terre, a usare i pozzi d’acqua e a poter cacciare per il loro fabbisogno alimentare; ma dopo la sentenza nulla è cambiato. Ogni volta che hanno provato a tornare alla loro terra, li hanno costretti a tornare nei campi di reinsediamento.
E’ del 12 novembre 2009 una notizia riportata dal quotidiano canadese Globe and Mail :
una donna Boscimane, ad un posto di controllo, guarda la immagine appesa del Presidente del Botswana Ian Kama e dice quello che per lei è un complimento: “sembra un Boscimane” . Il commento viene ritenuto un insulto e la donna viene portata alla stazione di polizia, segregata per un giorno e una notte, e costretta a pagare una multa. L’appello della Milandri:
“E’ urgente intervenire subito, la gente boscimane è davvero disperata, non ce la fa più. Parte del materiale della mia mostra-proiezione è già stato inviato, insieme ad una documentazione, al Commissariato per l’eliminazione delle Discriminazioni Razziali dell’ONU. Il Segretario in carica mi ha confermato che la questione dei Boscimani verrà esaminata entro i primi mesi del 2010. Speriamo bene”
I POPOLI INDIGENI E LA ILO 169
Il caso dei Boscimani è, purtroppo, una goccia nel mare delle discriminazioni, violenze, soprusi a cui sono stati assoggettati i popoli indigeni e tribali: i nativi americani(dagli Apache agli Inuit), gli aborigeni australiani, i maori neozelandesi, gli indios sudamericani, i pigmei africani, e tanti-troppi-altri.
Circa 300 milioni di persone nel mondo sono accomunate da questo destino: culture e società così speciali che dovrebbero essere Patrimonio dell’Umanità, stili di vita semplici a contatto con la natura .
Da parte loro, solo la richiesta di essere lasciati nelle loro terre ed essere riconosciuti come esseri umani, con i loro diritti; da parte di Governi e multinazionali, l’avidità senza scrupoli di appropriarsi di terreni dove si trovano ricchezze : diamanti, uranio, oro, petrolio, foreste.
“ Non guardiamo a questi popoli con simpatia solo nei film e nei documentari dove si raccontano le loro storie: sono esseri umani, reali, che soffrono. Ho visto la stessa sofferenza e smarrimento negli occhi degli Inuit in Alaska, degli Apache negli Stati Uniti, degli Aborigeni in Australia, dei Boscimani in Botswana. Sono stata testimone di crudeli episodi di razzismo e ho visto ovunque trattamenti davvero disumani per questi popoli che hanno la sola colpa di essere semplici e genuini. E che rischiano l’estinzione” dice Raffaella Milandri
L’appello e il messaggio della mostra “Tra la perduta gente” è quello di sostenere e caldeggiare la ratifica dell’Italia alla ILO 169, che è una convenzione internazionale in supporto dei popoli indigeni e tribali.
“ Per L’Italia , che fa già parte della ILO, agenzia delll’ONU, dal 1919, si tratta di una ratifica che non ha effetti sulla realtà nazionale. E’ solo un gesto di solidarietà che aiuta questi popoli ad essere riconosciuti nella loro dignità. Su Facebook abbiamo formato un gruppo che conta ad oggi circa 2000 iscritti, con lo scopo di sollecitare il Ministro Frattini a questa ratifica.”

venerdì, maggio 29, 2009

AL RIENTRO DAL TIBET LA MOSTRA FOTOGRAFICA "IMAGINE" CON ASTA DI BENEFICENZA



La viaggiatrice in solitaria e fotografa Raffaella Milandri,
di San Benedetto del Tronto, partecipa al Festival della Pace con la
mostra "Imagine", che si tiene dal 29 maggio al 7 giugno presso l'Hotel Calabresi in Piazza Giorgini a San Benedetto del Tronto, ingresso libero.
La mostra ci trasporta ai confini tra Nepal e Tibet, tra fratelli
tibetani in esilio e soldati che pattugliano i confini.
La quotidianità appare sconvolta ma non rassegnata,
in una tensione carica di dignità , aspettando che il mondo reagisca in
maniera determinante.
Il 2 giugno alle ore 19.00 si terrà una asta di beneficenza delle foto ,
con battitore d'eccezione l'Assessore Paolo Canducci.
Il ricavato dell'asta andrà interamente devoluto dal Comune di San
Benedetto del Tronto al
SOCIAL WELFARE CENTRE BRIDDHASHRAM, che si trova a Pashupati, in Nepal.
E' un centro che accoglie 245 anziani nepalesi, senza famiglia, o
abbandonati.
Il centro vive con aiuti e donazioni e parziale sostegno statale .
Associazioni di volontariato
internazionali mandano ragazzi e ragazze ad accudire gli anziani.
Le condizioni di questi anziani , documentate da Raffaella Milandri,
sono quanto mai precarie e miserevoli. Il centro si trova in un
complesso di templi Patrimonio dell'Umanità dell'Unesco:
all'interno di esso gli anziani possono pregare,
ma il sostegno della religione va rafforzato con aiuti umanitari
sostanziosi.
Ad esempio, non hanno una cucina ma solo fuoco di legna e pentoloni.
"Mi hanno profondamente toccato il cuore con i loro sorrisi disarmanti e
il loro bisogno di contatto umano, oltrechè di beni di prima necessità .
Grazie al Comune di San Benedetto, e ai partecipanti all'asta,
conto di infondere in loro nuovi sorrisi e conforto."

IL RIENTRO DAL TIBET
"Ogni volta che parto, metto in cantiere la possibilità di perdere
tutto: bagaglio e salute.
I rischi sono sempre molti. Ma il furto del mio portafoglio (con soldi,
carta di credito e bancomat) a Lhasa mi ha colto alla sprovvista.
Non tutto il male viene per nuocere : ho scoperto tutto il calore
della generosità tibetana,
e l'immediatezza della generosità degli italiani su Facebook (che
seguivano il mio diario dal Tibet in diretta) .
La mia guida tibetana mi ha restituito la mancia che gli avevo dato, i
gestori tibetani dell'albergo mi
hanno offerto vitto e alloggio gratis. Decine di persone su Facebook si
sono mobilitate pronte a spedirmi
soldi , bonifici, aiuti. Una bella esperienza, grazie ancora a tutti,
dal profondo del mio cuore"
"Nel frattempo quando sono tornata in Nepal da Lhasa, era caduto il
governo nepalese e mi sono trovata
tra manifestazioni, scioperi, blocchi dei maoisti. In bocca al lupo ai
nepalesi per risolvere i loro problemi davvero gravosi."

L'AUTRICE
Raffaella Milandri, viaggiatrice in solitaria e fotografa di San
Benedetto del Tronto,
indaga tra popoli e culture con estrema curiosità , ritraendo momenti
carichi di intenso significato emozionale.
«Viaggiare in solitaria crea il necessario distacco dal mio quotidiano
che mi permette un temporaneo ma completo abbandono al modo di vivere
dei popoli che sto visitando: mi permette di essere immersa
incontaminata nella loro cultura e respirarne l'essenza. Io mi
assimilo alle genti che studio per catturarne l'immagine autentica,
perchè mi vedano come una di loro - non come un forestiero - adatto
sempre i miei abiti e i miei gesti alla cultura locale.»

“La mia è street photography, pura fotografia di strada.

Nessuna posa, né situazione creata o artificiale: ritraggo le persone e le situazioni così come sono, magari appostandomi per ore fino a far parte del paesaggio locale. Quando viaggio ho talvolta dei colpi di fulmine : alcune persone che incontro mi diventano personaggi. E' un innamoramento vero e proprio, il sorriso, lo sguardo, il modo di fare. Mi apposto e cerco di avvicinarmi con discrezione per poter fare una foto e sapere la loro storia.

L'autrice collabora con la Fototeca Storica Nazionale Gilardi (MI) ed ha
all'attivo fotoreportage in Giappone, Australia, India, Nepal, Usa,
Canada, Egitto e in vari paesi europei. In preparazione un libro sui
suoi viaggi.

Per comunicazioni e contatti 335 6126630

email info@europrinters.it