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venerdì, luglio 05, 2013

Diventare Terapeuta in LogoPaideia

Anche per quest'anno sono aperte le iscrizioni al corso di formazione in "LogoPaideia - Terapie del Linguaggio e delle Relazioni" in partenza il 5 ottobre 2013 nella sede di Roma.

Organizzato da Oficina Making Reality con il centro LogoPaideia e con Meet and Work, il corso vedrà la co-conduzione dalla D.ssa Viviana Gaglione e dal Dott. Massimo Silvano Galli, rispettivamente responsabili dell'area logopediaca e pedagogica del centro LogoPaideia di Milano.

Il modello che proponiamo in questo corso affianca e integra al plurisperimentato Metodo Oralista Cognitivo i saperi, le tecniche e le strategie della Pedagogia Riabilitativa e permette di comunicare, pensare, ragionare, interagire con gli altri e col mondo, apprendere fin dalla nascita, in differenti condizioni di disabilità e disagio, fissando ogni concetto attraverso un imprinting cerebrale incancellabile, rivestendolo di parola e sentimento e inserendolo nel proprio universo cognitivo e relazionale.

Si tratta di una metodica che prevede la presa in carico del soggetto e della sua famiglia, entrambi coinvolti nel processo terapeutico, ma anche del più ampio, ma altrettanto fondamentale, contesto educativo e sociale, al fine di promuove un complesso sistema educativo coerente con funzione co-terapeutica.

Tale sistema, infatti, oltre a salvaguardare gli aspetti relazionali, comunicazionali e emotivi del soggetto in disagio, viene abilitato a promuovere opportuni e funzionali esercizi che estendono il lavoro clinico bel oltre il tempo dello studio, aumentando esponenzialmente l'efficacia della terapia.

Alla base della metodica troviamo dunque il coordinamento logopedista, pedagogista, famiglia, scuola o, più genericamente: l'universo affettivo-educativo del soggetto della cura, ivi compresi (laddove necessari o presenti) i diversi professionisti del benessere (neuropsichiatri, psicologi, psicomotricisti, ecc.).

Un team multidisciplinare interagente che, attraverso opportuni saperi e strategie, costruisce attorno al soggetto, un ambiente idoneo, ricco di adeguati stimoli e, non per ultimo, coerente.

Un team integrato, che sappia sostenere al meglio lo sviluppo della comunicazione, delle relazioni e delle abilità cognitive alla base del linguaggio, degli apprendimenti (scolastici ed extrascolastici) e, per estensione, di un sano progetto esistenziale, segnato dal benessere e teso alla conquista di quella cosa sempre sfuggente che chiamiamo "felicità".

Al centro di tale processo: il linguaggio, nella sua articolata complessità di traduttore del mondo e media dell'incontro con l'Altro-diverso-da-me, strumento che fa dell'Uomo quell'animale incredibilmente dotato, capace (unico tra i viventi) di com-prendere il mondo, di portarlo a sé (in sé) e poi trasformarlo.

Per questo motivo il corso si rivolge prettamente a logopedisti e terapisti della riabilitazione del linguaggio che intendano apprenderne le specificità per utilizzarle nella loro prassi terapeutica, ma non esclude la possibilità di partecipazione a medici specialisti in pediatria, audiologia e foniatria, pedagogisti, psicologi, insegnanti, educatori, insegnanti di sostegno desiderosi di apprendere competenze e tecniche per aiutare soggetti con disturbi specifici del linguaggio nei loro specifici contesti di intervento.

Il corso, dal taglio pratico e sintetico, ricco di role-playing, esercitazioni pratiche, simulate, visioni di video e analisi di casi reali, prevede 10 lezioni in aula (dalle 10 alle 18) circa una volta al mese, nel fine settimana, a partire dal 5 Ottobre 2013 fino al 18 Maggio 2014.

Saranno rilasciati 32 Crediti ECM per 2013, più 48 Crediti ECM per il 2014 per la formazione continua in medicina.



giovedì, ottobre 25, 2012

Mediazione Senza Obbligazione - Viva la Mediazione

Con questa riflessione voglio proseguire il mio critico itinerare attorno al mondo della mediazione civile avviato con l'articolo "Mediazione poco civile, molto commerciale". Un ultimo, per ora, paragrafo, che non poteva certo mancare dopo la dichiarazione di illegittimità della Corte costituzionale limitatamente alla parte del decreto in cui era previsto il carattere obbligatorio della mediazione stessa. 

Tutti i fans della mediazione che, come me, vedevano una esplicita contraddizione in questo obbligo che stride con il senso profondo del mediare, ora avranno di che gioire ma... ma... fino a un certo punto, poiché come sempre le cose sono più complesse di quelle che appaiono. 

Infatti, in una situazione di transizione come quella italiana, in cui la mediazione si presenta come una novità osteggiata da buona parte del mondo giuridico, è riduttivo pensare alla questione dell'obbligatorietà esclusivamente per quel che concerne l'imposizione alle parti del tentativo di mediazione come condizione di procedibilità del giudizio.

Questa obbligatorietà andava forse pensata tanto più come sprono culturale, in primo luogo al mondo degli avvocati, che dovevano (a questo punto l'imperfetto è -questo sì- d'obbligo), all'atto del conferimento dell'incarico, informare l'assistito su questa modalità alternativa di affrontare le controversie, poiché, in questa costrizione, si poteva agitare un possibile volano in grado di promuovere la mediazione. 

Ciò detto, dobbiamo riflettere sul fatto che, obbligo nonostante, i dati del ministero (marzo 2012) ci parlano di un bel 70% di mediazioni andate a male perché una delle parti non si è presentata, il che significa almeno due cose... 

La prima è che, se tanto mi dà tanto, ora, senza obbligatorietà, quel 70% è destinato ad aumentare esponenzialmente, mandando a carte a quarantotto la mediazione stessa. 

La seconda è che di questo obbligo parti coinvolte, avvocati e fors'anche giudici, se ne sono bellamente fregati, il che, oltre a interrogarci una volta in più sul senso della legalità che si respira nel nostro martoriato paese, ci deve far pensare che la strada dell'obbligo non era forse quella più adeguata. 

In questo scenario, noi mediatori che siamo abituati non solo a vedere il bicchiere sempre mezzo pieno, ma ad averlo anche sempre mezzo pieno (sfruttando i suoi effluvi alcolici per immaginare soluzioni positive non prefigurate) abbiamo tuttavia l'obbligo di pensare una terza via che ci riporti a vivere la mediazione come processo culturale profondo in una società che sposa o rinnega il conflitto ma ancora fatica (e molto) a viverlo nella sua veste costruttiva. 

Si colga allora la sentenza della Corte come sprono che, da una parte, eliminerà tanti furbetti (vedi sempre articolo) che, con le loro pratiche, non contribuiscono certo a valorizzare la mediazione (anche se adesso avranno un bel po' di pive nel sacco da contare -per altro gli va ancora bene visto che si approssima il Natale e la regalistica si impone) e che, dall'altra, dovrebbe invece incentivare i nostri sforzi per promuovere una "cultura della mediazione" in grado di penetrare la società nei suoi agiti profondi, a prescindere da leggi e decreti che per altro, come ben sappiamo, non pertengono strettamente al mediare.


La Mediazione Coniugale al World Mediation Forum

Lo scorso fine settimana (18/21 ottobre 2012) ho avuto il piacere di partecipare al World Mediation Forum, il prestigioso raduno mondiale che si svolge qua e la per il globo ogni biennio. Quest'anno, nella splendida Valencia, ho presentato una riflessione (qui riporto in sintesi) attorno al concetto e alle pratiche di quella Mediazione Coniugale che in questo blog ho più volte citato.... [...] 

La mediazione coniugale è un percorso ideato per affrontare la crisi della coppia in ottica riparativa, ma anche per anticiparla e prevenirla, sollecitando ogni suo protagonista a riconoscere la propria storia con rispetto e consapevolezza di sé e dell’Altro. Un percorso che aiuta la coppia a comprendere i comportamenti distonici che emergono nelle relazioni amorose, per poi procedere alla loro rivisitazione critica e alla loro ristrutturazione, senza evadere dai tòpoi della mediazione: il conflitto, la comunicazione, la relazione.

Non si tratta, però, di tentare, semplicemente, una ricongiunzione, bensì di affrontare una possibile evoluzione: generando cambiamenti, trasformazioni positive, affinando la capacità dei singoli e della diade di conferire senso e valore al proprio mondo, sollecitando la consapevolezza del proprio specifico e ineliminabile contributo nella costruzione della realtà e sviluppando, al contempo, la capacità di mediare con l’Altro e con le sue interpretazioni del mondo.

lunedì, ottobre 22, 2012

La mediazione coniugale al World Mediation Forum (Valencia 2012)

Pubblichiamo l'intervento di Massimo Silvano Galli al World Mediation Forum tenutosi a Valencia lo scorso fine settimana (18/21 ottobre 2012), in cui si teorizza il concetto di Mediazione Coniugale.

La mediazione coniugale è un percorso ideato per affrontare la crisi della coppia in ottica riparativa, ma anche per anticiparla e prevenirla, sollecitando ogni suo protagonista a riconoscere la propria storia con rispetto e consapevolezza di sé e dell’Altro. Un percorso che aiuta la coppia a comprendere i comportamenti distonici che emergono nelle relazioni amorose, per poi procedere alla loro rivisitazione critica e alla loro ristrutturazione, senza evadere dai tòpoi della mediazione: il conflitto, la comunicazione, la relazione.

Non si tratta, però, di tentare, semplicemente, una ricongiunzione, bensì di affrontare una possibile evoluzione: generando cambiamenti, trasformazioni positive, affinando la capacità dei singoli e della diade di conferire senso e valore al proprio mondo, sollecitando la consapevolezza del proprio specifico e ineliminabile contributo nella costruzione della realtà e sviluppando, al contempo, la capacità di mediare con l’Altro e con le sue interpretazioni del mondo.

Sempre più spesso chi opera nei contesti di mediazione familiare, avverte la necessità di poter governare il processo di mediazione affrancato dalle rigide strutture di un’impostazione che vorrebbe il mediatore familiare vincolato ad accompagnare le parti solo negli articolati passaggi della separazione o del divorzio. La mediazione coniugale si apre, invece, alla possibilità della riconciliazione, aiutando i partner a ritrovarsi in una dimensione comunicativa più trasparente e coinvolgente, ristrutturando il conflitto in ottica costruttiva, riscoprendo il senso, la bellezza e l'importanza di una gestione consapevole, responsabile e progettuale dello stare insieme come, laddove vi sono dei figli, di una genitorialità completa e condivisa.

Tuttavia, la differenza tra mediazione familiare e mediazione coniugale non si connota riduttivamente nel fatto che una è chiamata a dividere e l’altra ad unire, ma che una può accontentarsi di un buon accordo e l’altra non può fare a meno di generare un cambiamento, una trasformazione. Il senso della ri-congiunzione cui questa mediazione aspira, non va quindi letto unicamente come una ripresa più adeguata della convivenza, ma come la capacità del mediatore di coniugare (appunto) le istanze profonde del singolo partner con le esigenze della coppia.

Per questo, il mediatore coniugale, oltre alle tecniche specifiche della mediazione atte a governare il conflitto e a riaprire la comunicazione, è anzitutto un esperto delle cose dell’amore, poiché la mediazione coniugale è fondamentalmente un processo pervaso dall'idea dell’amore, inteso (al di là di ogni melensa configurazione) quale esercizio a fare bene, a farsi del bene, a ricercare il proprio ben-essere, dove il mediatore coniugale veste i panni di un vera e propria guida capace di aiutare le parti a ri-conoscere il proprio reciproco ben-essere, imparando il modo migliore per costruirlo con l'Altro.

Questo essere esperto nelle “cose dell’amore” al di là di ogni specificità tecnica, rappresenta il vero iato tra la mediazione familiare e questa nuova impostazione -anche, e forse soprattutto, dal punto di vista della formazione che risulta spesso incomprensibilmente avulsa dalle conoscenze dell’amore e, soprattutto, dell’amore contemporaneo, impropriamente sostituito da riflessioni e teorie sulle fasi della vita della coppia e della famiglia che altra cosa sono e che per altro rispondono solo parzialmente e per lo più psicologicamente ai tanti perché che la tematica impone.

Il tempo e lo spazio non ci consentono qui di affrontare come meriterebbe questa riflessione sull'amore contemporaneo tanto importante per il mediatore coniugale. Accenniamo solo, a titolo esemplificativo, uno dei temi che tanto dovrebbero interrogare anche il mediatore familiare: ossia la rivisitazione critica della grande conquista del divorzio che, alla fioca luce dell’amore liquido, così Zygmunt Bauman ha definito le relazioni di coppia del nostro tempo, sembra essersi trasformata fin troppo velocemente in una sconfitta a cui si ricorre più per aver smarrito le coordinate dell’amore che per aver smarrito le coordinate dell’amato.

Sembra proprio che, in assenza di adeguati percorsi educativi capaci di accompagnare bambini e ragazzi a comprendere le contemporanee configurazioni dell’amore, la relazione di coppia, conquistata la possibilità di sciogliersi dai suoi vincoli sociali, invece di nutrirsi di nuove opportunità capaci di consolidare lo spazio del “noi”, si è aggrappata alle ondivaghe esigenze dell'io, preda delle stesse mareggiate di precaria identità connotata da una fragilità tanto estrema che, come mai prima d’ora, le separazioni hanno di fatto superato le unioni.

Lo spazio della mediazione coniugale si presta allora a divenire il luogo della cura dell’amore, in un tempo in cui le relazioni amorose sembrano non tenere il passo della stabilità. Un aiuto che non necessariamente deve passare da percorsi terapeutici, come troppo spesso il luogo comune vorrebbe, ma che può trovare soluzione e conforto proprio in esplorazioni meno invasive come la mediazione, con la sua capacità, in primo luogo, di guardare al futuro senza necessariamente risolvere tutti i problemi del passato: regolando i modelli comunicativi tra i partner e riconfigurando costruttivamente e positivamente la loro capacità di gestire e promuovere un sano conflitto evolutivo.

Non si tratta, è bene sottolinearlo, di una posizione ideologica, votata all’idea della coppia come soggetto indissolubile, né mossa da qualsivoglia criticità verso l’istituto del divorzio; bensì di uno strumento che, nella complessità della gestione degli amori contemporanei, si offre laicamente alla coppia in crisi, come pure alla coppia che desidera darsi la possibilità di prevenire la crisi.

Il mediatore coniugale non fornisce dunque ricette solutive, ma si propone alla coppia in crisi, come alla coppia che la crisi la vuole prevenire, quale possibile aiuto affinché i partner imparino a individuare e genere i ri-medi più efficaci non solo per sopperire alla crisi ma, soprattutto, per generare il loro benessere, fosse anche la scoperta che quel benessere deve necessariamente passare da una separazione.

Ciò significa che questi ri-medi non hanno e non vogliono avere nessuna pretesa diagnostica o prognostica né, tantomeno, prescrittiva. La mediazione coniugale che sostiene questo intervento si distanzia, infatti, dalle pratiche della scienza positivista proprio perché non tratta le persone come oggetti di indagine, ma come soggetti che differiscono dagli oggetti per la loro irriducibile univocità, per la loro capacità di saper riflettere su di sé, per la loro abilità nel collaborare alla diagnosi dei “problemi” che li attanagliano e nel produrre quella conoscenza necessaria a risolverli.

Si tratta di un approccio fortemente situazionista, i cui interventi e le cui strategie non si fondano sulla ripetizione delle relazioni osservate in precedenza, ma sul contesto e sui soggetti che, per loro natura, differiscono ogni volta.

Scopo dell’intervento è risolvere un disagio che gli stessi soggetti partecipanti hanno contribuito a definire, essendo loro i soli detentori delle principali risorse che porteranno o meno a qualche soluzione. Un paradigma da cui, evidentemente, è assente qualsiasi etichettatura tesa a evidenziare disturbi o patologie e persino tassonomie che svierebbero il mandato del mediatore coniugale; insomma un modello che non è interpretativo ma dis-piegativo di quella materialità esistenziale che contestualizza e dà senso all’oggetto in esame permettendo di cogliere la pienezza dell’esperienza che produce e di interrogandosi sulla capacità/possibilità delle parti di dar vita al cambiamento, partendo dal riconoscimento delle potenzialità, latenti o manifeste, attraverso le quali affrontare, a partire dal contesto, la crisi o, in ottica preventiva, le possibili condizioni che scatenano la crisi.

L’azione di mediazione è qui dunque intesa, anzitutto come capacità del mediatore di sagomarsi alla realtà data, aiutando le parti a comprendere la realtà della crisi, facendo perno sulle loro risorse per superarla positivamente.
Sono parte caratterizzante di questo approccio alcuni presupposti che favoriscono l’efficacia dell’intervento come, l’abbiamo già accennate ma è bene ribadirle:
  • approcciarsi alle parti in un’ottica maieutica affinché le soluzioni proposte e validate siano il frutto di una scoperta e di una consapevolezza maturata autonomamente nel confronto, e non l’esercizio di consigli e buone pratiche tratte da qualche “ricettario del mediatore”;
  • accompagnare le parti a prendere consapevolezza del processo attraverso il quale ognuna di esse percepisce, assimila, investe e svuota di senso le proprie condizioni esistenziali dando il proprio contributo alla costruzione di un personalissimo modello di interpretazione e di azione sul mondo;
  • lavorare alla conquista di una nuova autonomia dei soggetti coinvolti, affinché riconquistino fiducia in se stessi, modifichino positivamente gli eventuali atteggiamenti aggressivi o sottomissivi e si dispongano nella migliore condizione per scoprire nuove opportunità di determinarsi;
  • e, infine, ma non per ultimo, procedere lungo questi sentieri avvalendosi delle opportunità di conoscenza, di progettualità e di azione provenienti da tutte le forme e le espressioni della cultura umana, pensando alla mediazione coniugale come ad un contenitore dinamico dove i saperi tutti possono essere canalizzati per cogliere uno stesso oggetto da più punti di vista, svelando la moltitudine di verità che lo determinano e le possibilità tras-formative che cela, abbracciando e riconoscendo così la complessità di ogni storia d’amore e degli sguardi multidisciplinari necessari a comprenderla.
Tale borderò, lungi dal voler promuovere qualsiasi lettura meccanicistica della mediazione coniugale, vuole ribadire invece la necessaria complessità di questo approccio, dettata anzitutto dalla fase di confusa transizione in cui siamo immersi dove l'amore annaspa in mezzo a un guado: trascinato da una parte dalle correnti del passato che hanno nutrito e nutrono un'idea dell'amore che, dall'altra parte, le correnti del presente faticano a capire e contemplare.

Ed è a partire da questa confusione (che sempre emerge sulla scena della mediazione familiare) che si fa largo, la necessità di una "pedagogia dell’amore di coppia" che accompagni la mediazione coniugale non solo nell'affrontare la "crisi d'amore" ma anche, è importante ridirlo: per anticiparla, prevenirla e, potenzialmente, per fare davvero di ogni amore una storia vissuta, fino in fondo ai suoi confini e oltre i suoi confini, con pienezza, rispetto, consapevolezza, ossia con quella partecipazione capace di generare un produttivo benessere evolutivo per ognuno degli attori che vi sono coinvolti -ivi compresi gli eventuali minori.

Obiettivo di questa pedagogia dell’amore di coppia non è, dunque, quello di muovere riflessioni o escogitare strategie affinché le coppie non si separino o stiano insieme il più a lungo possibile, bensì che ogni coppia e i suoi singoli componenti trovino il modo migliore per vivere la relazione amorosa quale continua occasione di crescita, generatrice di felicità potenziali.

sabato, giugno 02, 2012

Mediare con Arte - intervista a Massimo Silvano Galli sulla mediazione

Giuseppe Capogrossi (pittore, laureato in giurisprudenza)
Jacopo Savi (avvocato, mediatore) ha dato vita ad un interessante iniziativa sulla rete, un blog dove raccoglie diverse testimonianze di mediatori che riflettono sulla loro modalità di operare e sulla loro vision. Ne emerge un quadro davvero stimolante che restituisce la complessità e la molteplicità di sguardi che determinano questa disciplina. Qui, l'intervista a Massimo Silvano Galli, il sito completo all'indirizzo http://mediationhub.wordpress.com 

Intervistatore: Grazie per la disponibilità, mi dici un po’ la tua esperienza e cosa ti ha portato a fare il mediatore? 

M.S.Galli: Il conflitto. Ho lavorato, e ancora lavoro, con e nel conflitto, in presentia e in assentia; con soggetti, gruppi, famiglie in cui il conflitto, nelle loro relazioni, era materia all’ordine del giorno: nella sua veste esplicita e classicamente distruttiva, come nelle sue forme latenti (spesso le peggiori). La mediazione si è rivelata, anzitutto, come una filosofia dove il conflitto sposa o, almeno a mio avviso, dovrebbe sposare, quella dimensione neutra in cui personalmente lo percepisco, cercando di viverlo nella sua veste di promotore evolutivo delle relazioni. 

Intervistatore: Quale è secondo te l’ambiente, lo spazio ideale per svolgere una mediazione?  

M.S.Galli: Non credo nel setting. Almeno per quel che concerne la mediazione. Penso che il mediatore debba anzitutto accompagnare le parti in un non-luogo, ossia quello spazio dal quale si cerchi il più possibile di lasciare fuori il mondo così come appare: il mondo coi suoi dettami, le sue regole, i suoi codici, le sue coercizioni, i suoi dogmi, per aiutarle a cercare dentro di loro, e rispetto alla specificità della loro relazione, le leggi più adeguate per disciplinare il conflitto che stanno vivendo, trasformandolo da distruttivo a costruttivo. In questo senso, la mediazione può essere intesa come un’utopia, un u-topos, un senza luogo che proprio nel non-luogo che il mediatore allestisce può trovare dimora. Da qui in poi è chiaro che assume un senso del tutto secondario il concetto di setting. Il setting è il mediatore. 

Intervistatore: Ma avrai una tua stanza specifica per svolgere le mediazione, no? Come l’hai strutturata? 

M.S.Galli: Be’, se la stanza è il mediatore, sarà fondamentale che lui per primo creda e incarni questo non-luogo. Poi certo, nella stanza che mi capita di usare abitualmente, ci sono cose fisiche e concrete: libri, cd musicali, pennarelli, fogli dove poter scrivere e disegnare, giochi di varia tipologia, immagini, riproduzioni di opere d’arte, riviste da ritagliare, insomma tutto quello che può servire per aiutare le parti a entrare in questo non-luogo, la cui porta di ingresso, è bene sottolinearlo, bascula cercando perennemente un equilibrio, tra logica e fantasia, realtà e immaginario, intuizione e ragione… Per questo si tratta di materiali che, prima di averli a disposizione fisicamente, il mediatore dovrebbe anzitutto averli dentro di sé. È il motivo per cui, tra un qualsivoglia saggio o manuale sulla mediazione e un buon libro di poesia, narrativa, una mostra d’arte, un concerto, uno spettacolo teatrale, il mediatore dovrebbe sempre scegliere uno di questi ultimi, perché sarà tanto più formativo e foriero di stimoli per aiutare le prossime persone che gli capiterà di mediare. 

Intervistatore: Ti siedi sempre nello stesso posto, o lasci la libertà alle parti di sedersi dove preferiscono per poi decidere dove metterti? 

M.S.Galli: Mi siedo vicino al mio bloc-notes: la lavagna a fogli mobili. Quindi, davanti a me, dispongo le sedie delle parti in modo da formare il classico triangolo equilatero e avendo cura che, tra tutte le postazioni, via sia una distanza non superiore al metroeventi e non inferiore ai quarantacinque centimetri, senza alcuna barriera, tavolo o simili, tra me e loro. Ecco, per tornare al setting, forse questo è il mio setting per la mediazione.
Intervistatore: Come mai hai scelto tale modalità? 

M.S.Galli: La presenza della lavagna a fogli mobili o, comunque, di un supporto che dia la possibilità di prendere appunti pubblici, visibili a tutti i partecipanti, ritengo sia davvero fondamentale. Il mediatore, infatti, non prende appunti per sé, ma per un motivo essenziale: il suo scopo non è capire, ma fare capire. C’è un’enorme differenza. Ogni tentativo di comprendere, che l’appunto personale denuncia, comporta un qualche tipo di interpretazione cui consegue qualche tipo di indicazione o ricetta, ma questa non è mediazione. Il mediatore non fornisce ricette solutive, aiuta le parti a crearle, attraverso loro interpretazioni e loro attribuzioni di senso. Per questo credo che la scena della mediazione, prima di ogni altra cosa, sia una scena prettamente pedagogica in cui il mediatore, in perfetto assetto maieutico, accompagna le parti a capire utilizzando i modelli di comprensione e il sapere che le parti stesse gli mettono a disposizione. La disposizione delle sedie, l’assenza di un tavolo, la giusta vicinanza tra tutti gli attori della mediazione, rispondono invece alla volontà, qui così simbolicamente espressa, di rendere il più possibile simmetrici i rapporti di potere che naturalmente si instaurano in qualsivoglia relazione dove qualcuno chiede aiuto e qualcun’altro può potenzialmente offrirlo, cercando al contempo di dare il giusto e importante spazio alla parola inarticolata dei corpi, la cui importanza è decisamente sottovalutata in mediazione. 

Intervistatore: Come ti prepari per affrontare una mediazione? 

M.S.Galli: Non mi preparerò. Ogni preparazione, di fatto, anticipa e traduce la volontà delle parti in schemi preordinati. La scena della mediazione, invece, andrebbe contaminata il meno possibile con le pre-comprensioni del mediatore cosicché si abbassi anche il rischio che divengano pre-giudizi; questo significa che il mediatore dovrebbe avere un approccio ingenuo e il più possibile senza sapere. Per questo, anche nella mediazione commerciale, sarebbe meglio non anticipare l’incontro delle parti con la lettura di qualsivoglia documentazione o, se proprio necessario, leggerla e dimenticarsene subito dopo. Come diceva, credo Platone, il problema del testo scritto è che non può rispondere. 

Intervistatore: Come e quando individui la strategia come mediatore? Come, se accade, la modifichi in corso d’opera? 

M.S.Galli: Il mediatore, almeno nella mia personale concezione, lavora con il materiale linguistico, simbolico e narrativo che gli portano le parti. Le sue strategie, le sue tecniche, i suoi strumenti e dispositivi, non possono essere preconfigurati, ma partono da quel materiale e si modificano ogni volta che quel materiale muta e quel materiale muta proprio perché il mediatore se ne fa carico e comincia a trattarlo, a sgrezzarlo, a raffinarlo con le sue tecniche, le sue strategie, i suoi strumenti, i suoi dispositivi. È in questo circolo virtuoso, in questa ragnatela, che il conflitto viene catturato per trasformare quella cosa informe, sporca, incomprensibile, rabbiosa, in un oggetto di senso, un oggetto comprensibile da parte di tutti gli attori coinvolti nella mediazione. 

Intervistatore: Hai dei personali “rituali” preparatori o che fai durante la mediazione? 

M.S.Galli: Se intendiamo come rituale non qualcosa di scaramantico, ma una scena che si ripete, più o meno costantemente e più o meno nel medesimo modo; sì, ce l’ho. Si tratta di una vera a propria strategia che mi gioco nelle prime battute in cui la mediazione prende abbrivo, prima che le parti inizino a parlare. È il discorso che il mediatore fa alle parti, un discorso fondamentale che dà subito un’impronta precisa alla mediazione, che tesse una vera e propria ragnatela per attrarre e catturare le parti. Come negli scacchi, anche in mediazione, le prime mosse sono non solo di un’importanza vitale, ma anche le uniche realmente programmabili, poi, dalla quarta, quinta mossa in poi le variabili diventano tanto numerose da non poterle più prevedere, anzi, almeno in mediazione, da rendere controproducente ogni previsione. È perciò determinante che proprio nel discorso iniziale il mediatore inizi a tessere la sua trama e i suoi orditi tra le cui maglie le parti cominciano a intuire, vedere, assaporare, respirare l’utopia che (se vogliono) li potrà catturare. 

Intervistatore: In quasi tutte le mediazioni c’è un momento di impasse, tu come lo affronti? 

M.S.Galli: Be’ direi che faccio molto di più che affrontarlo: lo provoco, lo cerco, lo stimolo, faccio in modo (o almeno ci provo) che le parti entrino in questa condizione di blocco, poiché proprio quel blocco è il primo segnale del cambiamento e del buon lavoro del mediatore. Il mediatore deve anzitutto spezzare l’equilibrio inadeguato che le parti hanno generato cercando di gestire la loro relazione, poiché spezzare quell’equilibrio è l’unico modo per crearne uno nuovo più adeguato. Il blocco, l’impasse, il non saper che fare, il silenzio, stanno a significare che quella strada che, fino a quel momento, hanno percorso da soli, a testa basta, credendo fosse l’unica possibile, ora si è interrotta. Il mediatore, con le sue tecniche, vi ha eretto un muro, uno o più ostacoli che costringono le parti a fermarsi, a tentare di superarli, di aggirarli, fino a quando, a un certo punto, se la mediazione funziona, ecco che ce la fanno: superano il muro, gli ostacoli e, guarda un po’, la gran parte delle volete ce la fanno proprio perché, superando gli ostacoli, incontrano la strada dell’Altro. 

Intervistatore: Che capacità dovrebbe possedere un Mediatore? 

M.S.Galli: È una domanda che meriterebbe molto più spazio di quanto non abbiamo. Facciamo così, le elenco senza spiegarle e ognuno le legga come crede. Allora, a mio avviso, il mediatore deve essere, anzitutto, un operatore logico-creativo, capace di dare ordine alla confusività che regna nella testa delle parti e di stimolare opzioni alternative a quelle improduttive che li hanno condotti fino lì. Poi deve essere un fingitore: sia in quanto attore, sia inteso come colui che trasforma. Quindi deve essere, almeno nel suo studio, il più irriducibile dei relativisti. Infine, deve osare, deve provocare l’utopia e, giocare e saper sbagliare e, per farlo, deve anzitutto sbarazzarsi di qualsivoglia trucco o appendice che favorisca le sue sicurezze. 

Intervistatore: Visto che i guadagni sono magri, cosa ti spinge ad affrontare ogni mediazione? 

M.S.Galli: Chi ha detto che i guadagni sono magri? Se non confiniamo la mediazione al semplice disciplinare una lite tra due condomini, piuttosto che una crisi matrimoniale, un conflitto scolastico o lavorativo, ma cominciamo a comprenderla nella sua totalità, se ne afferriamo l’aspetto fondante di ogni relazione umana, i margini di intervento sono infiniti. Se poi vogliano fare i romantici, c’è un valore aggiunto che ogni mediazione restituisce: le storie. Le storie degli uomini che la mediazione riunisce (anche nel senso di “rimette insieme”, di “rinarrare”, tessendo nuove trame e nuovi orditi in cui riconoscere un senso comune) con tutta la loro carica di vitalità spesso, ahìnoi, così trascurata e malriposta in questo nostro tempo che pare aver dimenticato quanto l’umano sia un animale in cui carne e storia si con-fondono contendendosi il primato del “chi sono”. 

Intervistatore: Vi sono, chiamiamoli “valori” cui ti ispiri per affrontare le mediazioni? 

M.S.Galli: Diciamo che il mediatore, quale soggetto neutrale (o che si sforza di essere neutrale) non dovrebbe avere alcun valore. Egli, semmai, è una specie di camaleonte che abbraccia e fa suoi i valori delle parti che a lui si rivolgono. Si pensi a quali danni fanno quei mediatori il cui valore è la giustizia, per dire uno dei fraintendimenti più comuni sul ruolo del mediatore. Qual’è è la giustizia in cui credono? La loro? Come la disciplinano? Aiuto! No, il mediatore, semmai, è un generatore di valori, quei valori che si creano quando due sguardi con desideri diversi (le parti) si incontrano e devono far copulare, per così dire, i loro desideri affinché ne nasca uno nuovo che li rappresenti entrambi. Il mediatore, cupido, aiuta questi due sguardi ad incontrarsi e a fondersi, affinché ne discenda un terzo meticcio, il più possibile sano e portatore di benessere: quella cosa che qualcuno chiama riduttivamente “accordo”. 

Intervistatore: Sempre rimanendo nei “valori”, ne individui alcuni specifici della Mediazione? 


M.S.Galli: A questo punto, parlerei di vision più che di valori. Personalmente, ne individuo due irrinunciabili e propedeutici a quell’approccio alla mediazione il più possibile scevro da pre-comprensioni e pre-giudizi: una concezione del conflitto come elemento evolutivo di ogni forma vivente e, quindi, non da sconfiggere o, peggio, da evitare ma, semmai, dai ricercare, lavorando per soppiantare ogni sua forma distruttiva con configurazioni costruttive e generative e, al contempo, una posizione equidistante o, meglio, equivicina a qualsivoglia concetto di verità, comprese quelle verità non ancora formulate. Senza queste due vision credo sia impossibile fare mediazione. 

Intervistatore: Quale è la tua “mission” personale? 

M.S.Galli: Nel mio studio di mediatore, come nella mia vita privata, nei miei incontri, durante le mie lezioni, nelle mie relazioni personali, provo a diffondere una cultura della mediazione che vada oltre i singoli particolarismi cui può essere applicata e oltre le sue, per altro opportune, speculazioni professionali. 

Intervistatore: Ora passiamo ad una domanda un po’ particolare. Vorrei che, senza pensarci troppo, mi definissi la mediazione con un simbolo, e con un altro mi indicassi il tuo essere mediatore. 

M.S.Galli: Giuseppe Capogrossi è uno dei più grandi pittori del Novecento e non solo italiano, ha disegnato per buona parte della sua carriera forme a metà tra ingranaggi, dentiere, specie di dita… Immaginate due mani o, appunto, due ingranaggi che si guardano, si sfiorano dando l’illusione di potersi/volersi incastrare, cosa che a volte quasi succede ma mai totalmente. Infatti, in queste opere, questi oggetti più che altro si osservano, a diverse distanze l’uno dall’altro, segnalando così la potenzialità dell’incastro, dell’incontro, della fusione, che tuttavia mai accade totalmente. Quel che accade, invece, è che tutte queste opere denunciano una bellezza, una relazione, un’armonia e un equilibrio faticosamente raggiunto. Io ho scelto uno di questi segni, di questi incontri promessi quale logo della mia attività che non si esaurisce nella mediazione, ma la contempla nel concetto più generale di relazione. 

Intervistatore: Un commento tuo personale sulla Mediazione, piena libertà di risposta...

M.S.Galli: Abbiamo appena iniziato.

sabato, marzo 03, 2012

L'Amore alla Fine dell'Amore


Esce in questi giorni, per i tipi della Firera & Liuzzo Publishing l'ultimo libro di Massimo Silvano Galli:  "L'amore alla fine dell'Amore" un volo panoramico, un viaggio a discendere, capitolo dopo capitolo, nei territori della mediazione familiare, attraversando alcune importanti e innovative argomentazioni attorno a una disciplina in Italia ancora troppo poco conosciuta e frequentata. 



La crisi che la coppia porta nel setting della mediazione è sempre carica di molteplici istanze, quasi mai esplicite e non esclusivamente circoscrivibili entro l'obiettivo della separazione né, men che meno, consapevolmente mosse dalla necessità di superare costruttivamente il conflitto o di aprire una nuova comunicazione capace di riconfigurare una relazione che ha perduto la gran parte delle risorse e delle energie propositive, comprese, quindi, quelle energie in grado di individuare, davanti ad un ostacolo, alternative e benefiche vie per superarlo.


La volontà di separarsi, persino laddove è esplicita e manifesta, si presenta, spesso, quale possibilità tra le tante che in quel momento albergano la mente della coppia; certo a volte la più accreditata, ma raramente l'unica possibile. Più frequentemente di quanto si possa immaginare, persino la coppia che sceglie la via giudiziaria è sostanzialmente animata da uno stato di confusione dove sopra a tutto prevale il desiderio di risolvere un malessere che ha già provato e fallito diverse strade per sedarsi e la cui più decisa presa in carico si avverte come non rinviabile. 



Con questa urgenza, in cui si muovono e prendono corpo emozioni ambivalenti, risentimenti, delusioni, nonché una buona dose di confusività amplificata dalla spirale del conflitto, la coppia si rivolge al mediatore con tutto il suo smarrimento e con la sensazione di aver perduto quella bussola grazie alla quale orientiamo e governiamo le nostre vite e, a volte, guidati verso un qualche nord magnetico, battiamo nuove e proficue strade non ancora sperimentate. La crisi manifesta, in qualche modo, che la bussola si è rotta, che non segna più alcun nord e che, mentre ogni precedente mappa è (apparentemente) inutilizzabile, tracciarne di nuove sembra compito se non impossibile, quantomeno impervio.

Per aiutare davvero le parti a dipanare questa nebbia e darsi la possibilità di accedere ad un panorama esistenziale differente, capace di rispondere ai desiderata e alle esigenze profonde di ognuno e, soprattutto, degli eventuali minori coinvolti, il mediatore dovrà, allora, lavorare affinché si riapproprino (e non solo individualmente) dei loro sistemi di orientamento, li ricalibrino o ne definiscano di nuovi entro cui stabilire le coordinate delle rinnovate esistenze a venire a cui, separazione o meno, dovranno andare incontro se desiderano veramente passare dall'attuale condizione a un nuovo stato in cui regna il ben-essere.

Il problema, dunque, non è semplicemente separarsi o restare insieme ma, semmai, in entrambi i casi: come farlo. E, allora, la differenza che può fare la mediazione sta davvero nella possibilità di sollecitare la coppia a incamminarsi nuovamente verso la costruzione di un nuovo amore, di un amore diverso alla fine di quell’amore che non ha retto, almeno nelle modalità in cui è stato gestito.

La coppia, presa nel dolore della separazione, tende a fuggire alla consapevole ricostruzione di una, per quanto differente, unità emotiva familiare per lasciarsi andare ai flussi delle emozioni distruttive. La mediazione dovrebbe ricordare loro che l’unico modo per uscire dal dolore e dai risentimenti per il perduto amor è, invece, proprio quello di ritessere il mantello delle emozioni costruttive, facendo perno sull’amore (dei figli, ad esempio) perché rimetta insieme i pezzi sparsi di una storia che comunque continua; ma occorre stare vicini a queste famiglie e insegnare loro la poesia dell’inventarsi, del costruirsi, del ricostruirsi e la passione dell’incollare; solo antidoto possibile alla passione morbosa ed autodistruttrice d’ogni frettolosa cesura.

venerdì, gennaio 09, 2009

SPIRITUS PHANTASTICUS


Firera e Liuzzo Group
Editori Specializzati in Psicologia e Scienze Sociali

Edizioni Carlo Amore

presentano

SPIRITUS PHANTASTICUS
Le Potenzialità dell'Atto Creativo nelle Professioni di Aiuto alla Persona


SABATO 31 GENNAIO 2009
ORE 9 - 13 / ORE 14 - 18

Vitruvio Center - via Vitruvio 43, Milano


CONDUCE IL SEMINARIO
Massimo Silvano Galli

Abilitare le proprie potenzialità creative e saper gestire tecniche e
strategie in grado di attivare le risorse creative nell'Altro, ricopre
un'importanza fondamentale nelle professioni di aiuto alla persona.
In questo seminario, dal taglio pratico e sintetico, impareremo ad
accogliere il bisogno di trasformazione dell'Altro e a stimolare quelle
situazioni di impasse che, se non ascoltate e ristrutturate, trovano,
spesso, solo il malessere quale veicolo per manifestarsi.


PER INFORMAZIONI E ISCRIZIONI
Firera & Liuzzo Group – via Boezio 6 – 00193 Roma - tel. 06 32803457 – fax 06 328032830
www.mediazione.it - www.fireraliuzzo.com

Il Seminario è gratuito per gli iscritti ai corsi di formazione organizzati da Firera & Liuzzo Group

venerdì, novembre 14, 2008

EX VOTO - PER GRAZIA NON RICEVUTA

EX-VOTO - PER GRAZIA NON RICEVUTA
installazione politico votiva

21-22-23 Novambre 2008
INVERART 2008

Comune di Inveruno, - Via Manzoni 10, Milano



Tradotta letteralmente la locuzione latina “Ex-voto” significa: “a seguito di un voto” ed è utilizzata per indicare un pratica comune a molte religioni in cui il credente, a fronte di una grazia invocata a qualche divinità, si impegna nei suoi confronti promettendole qualcosa in cambio, purché la stessa esaudisca le sue richieste.

Per la gran parte delle volte, questo “ex voto” finisce per configurarsi in un oggetto o un disegno o un dipinto rappresentativo o raffigurativo della grazia evocata e ricevuta, un oggetto, insomma, della propria creatività che il credente porta in dono al tempio in cui è venerata la divinità in questione.

Nel nostro caso, molto più laicamente e ludicamente, vogliamo appropriarci della formula “ex voto” per rivolgerci a tutta quella schiera di false divinità che definiscono le politiche governative del nostro paese e, con tutta la trasversalità ideologica possibile, attraverso il gioco del Creare, provare a descrivere un mondo per come non è dato e invece lo vorremmo.

Per questo motivo, al centro di un suggestivo allestimento i visitatori troveranno tutto l’occorrente per realizzare il loro “ex-voto per grazia non ricevuta” e un’urna in cui depositarlo. Tutti i contributi saranno pubblicati su un apposito sito.

www.msgdixit.it