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domenica, gennaio 27, 2013

Ebook per mamme single e......la ragazza con le P---e

Care amiche,
vi ricordate "Mamme Single...Come Ricominciare", manuale per mamme single che, dopo una separazione, sono decise a rimettersi in gioco?

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Adesso, tra i Reports in omaggio potete trovare anche "La Ragazza con le P---e" che risponderà ai diversi quesiti che mi sono stati posti sul Mamme Single Secrets come: "Ma perché facendo tutte le cose nel "modo giusto" in amore
le cose mi vanno male?".

Nel nuovo report troverete molte interessanti riflessioni e vedremo, come mai, alla ragazza tosta, certe cose non capitano quasi mai.

lunedì, ottobre 22, 2012

La mediazione coniugale al World Mediation Forum (Valencia 2012)

Pubblichiamo l'intervento di Massimo Silvano Galli al World Mediation Forum tenutosi a Valencia lo scorso fine settimana (18/21 ottobre 2012), in cui si teorizza il concetto di Mediazione Coniugale.

La mediazione coniugale è un percorso ideato per affrontare la crisi della coppia in ottica riparativa, ma anche per anticiparla e prevenirla, sollecitando ogni suo protagonista a riconoscere la propria storia con rispetto e consapevolezza di sé e dell’Altro. Un percorso che aiuta la coppia a comprendere i comportamenti distonici che emergono nelle relazioni amorose, per poi procedere alla loro rivisitazione critica e alla loro ristrutturazione, senza evadere dai tòpoi della mediazione: il conflitto, la comunicazione, la relazione.

Non si tratta, però, di tentare, semplicemente, una ricongiunzione, bensì di affrontare una possibile evoluzione: generando cambiamenti, trasformazioni positive, affinando la capacità dei singoli e della diade di conferire senso e valore al proprio mondo, sollecitando la consapevolezza del proprio specifico e ineliminabile contributo nella costruzione della realtà e sviluppando, al contempo, la capacità di mediare con l’Altro e con le sue interpretazioni del mondo.

Sempre più spesso chi opera nei contesti di mediazione familiare, avverte la necessità di poter governare il processo di mediazione affrancato dalle rigide strutture di un’impostazione che vorrebbe il mediatore familiare vincolato ad accompagnare le parti solo negli articolati passaggi della separazione o del divorzio. La mediazione coniugale si apre, invece, alla possibilità della riconciliazione, aiutando i partner a ritrovarsi in una dimensione comunicativa più trasparente e coinvolgente, ristrutturando il conflitto in ottica costruttiva, riscoprendo il senso, la bellezza e l'importanza di una gestione consapevole, responsabile e progettuale dello stare insieme come, laddove vi sono dei figli, di una genitorialità completa e condivisa.

Tuttavia, la differenza tra mediazione familiare e mediazione coniugale non si connota riduttivamente nel fatto che una è chiamata a dividere e l’altra ad unire, ma che una può accontentarsi di un buon accordo e l’altra non può fare a meno di generare un cambiamento, una trasformazione. Il senso della ri-congiunzione cui questa mediazione aspira, non va quindi letto unicamente come una ripresa più adeguata della convivenza, ma come la capacità del mediatore di coniugare (appunto) le istanze profonde del singolo partner con le esigenze della coppia.

Per questo, il mediatore coniugale, oltre alle tecniche specifiche della mediazione atte a governare il conflitto e a riaprire la comunicazione, è anzitutto un esperto delle cose dell’amore, poiché la mediazione coniugale è fondamentalmente un processo pervaso dall'idea dell’amore, inteso (al di là di ogni melensa configurazione) quale esercizio a fare bene, a farsi del bene, a ricercare il proprio ben-essere, dove il mediatore coniugale veste i panni di un vera e propria guida capace di aiutare le parti a ri-conoscere il proprio reciproco ben-essere, imparando il modo migliore per costruirlo con l'Altro.

Questo essere esperto nelle “cose dell’amore” al di là di ogni specificità tecnica, rappresenta il vero iato tra la mediazione familiare e questa nuova impostazione -anche, e forse soprattutto, dal punto di vista della formazione che risulta spesso incomprensibilmente avulsa dalle conoscenze dell’amore e, soprattutto, dell’amore contemporaneo, impropriamente sostituito da riflessioni e teorie sulle fasi della vita della coppia e della famiglia che altra cosa sono e che per altro rispondono solo parzialmente e per lo più psicologicamente ai tanti perché che la tematica impone.

Il tempo e lo spazio non ci consentono qui di affrontare come meriterebbe questa riflessione sull'amore contemporaneo tanto importante per il mediatore coniugale. Accenniamo solo, a titolo esemplificativo, uno dei temi che tanto dovrebbero interrogare anche il mediatore familiare: ossia la rivisitazione critica della grande conquista del divorzio che, alla fioca luce dell’amore liquido, così Zygmunt Bauman ha definito le relazioni di coppia del nostro tempo, sembra essersi trasformata fin troppo velocemente in una sconfitta a cui si ricorre più per aver smarrito le coordinate dell’amore che per aver smarrito le coordinate dell’amato.

Sembra proprio che, in assenza di adeguati percorsi educativi capaci di accompagnare bambini e ragazzi a comprendere le contemporanee configurazioni dell’amore, la relazione di coppia, conquistata la possibilità di sciogliersi dai suoi vincoli sociali, invece di nutrirsi di nuove opportunità capaci di consolidare lo spazio del “noi”, si è aggrappata alle ondivaghe esigenze dell'io, preda delle stesse mareggiate di precaria identità connotata da una fragilità tanto estrema che, come mai prima d’ora, le separazioni hanno di fatto superato le unioni.

Lo spazio della mediazione coniugale si presta allora a divenire il luogo della cura dell’amore, in un tempo in cui le relazioni amorose sembrano non tenere il passo della stabilità. Un aiuto che non necessariamente deve passare da percorsi terapeutici, come troppo spesso il luogo comune vorrebbe, ma che può trovare soluzione e conforto proprio in esplorazioni meno invasive come la mediazione, con la sua capacità, in primo luogo, di guardare al futuro senza necessariamente risolvere tutti i problemi del passato: regolando i modelli comunicativi tra i partner e riconfigurando costruttivamente e positivamente la loro capacità di gestire e promuovere un sano conflitto evolutivo.

Non si tratta, è bene sottolinearlo, di una posizione ideologica, votata all’idea della coppia come soggetto indissolubile, né mossa da qualsivoglia criticità verso l’istituto del divorzio; bensì di uno strumento che, nella complessità della gestione degli amori contemporanei, si offre laicamente alla coppia in crisi, come pure alla coppia che desidera darsi la possibilità di prevenire la crisi.

Il mediatore coniugale non fornisce dunque ricette solutive, ma si propone alla coppia in crisi, come alla coppia che la crisi la vuole prevenire, quale possibile aiuto affinché i partner imparino a individuare e genere i ri-medi più efficaci non solo per sopperire alla crisi ma, soprattutto, per generare il loro benessere, fosse anche la scoperta che quel benessere deve necessariamente passare da una separazione.

Ciò significa che questi ri-medi non hanno e non vogliono avere nessuna pretesa diagnostica o prognostica né, tantomeno, prescrittiva. La mediazione coniugale che sostiene questo intervento si distanzia, infatti, dalle pratiche della scienza positivista proprio perché non tratta le persone come oggetti di indagine, ma come soggetti che differiscono dagli oggetti per la loro irriducibile univocità, per la loro capacità di saper riflettere su di sé, per la loro abilità nel collaborare alla diagnosi dei “problemi” che li attanagliano e nel produrre quella conoscenza necessaria a risolverli.

Si tratta di un approccio fortemente situazionista, i cui interventi e le cui strategie non si fondano sulla ripetizione delle relazioni osservate in precedenza, ma sul contesto e sui soggetti che, per loro natura, differiscono ogni volta.

Scopo dell’intervento è risolvere un disagio che gli stessi soggetti partecipanti hanno contribuito a definire, essendo loro i soli detentori delle principali risorse che porteranno o meno a qualche soluzione. Un paradigma da cui, evidentemente, è assente qualsiasi etichettatura tesa a evidenziare disturbi o patologie e persino tassonomie che svierebbero il mandato del mediatore coniugale; insomma un modello che non è interpretativo ma dis-piegativo di quella materialità esistenziale che contestualizza e dà senso all’oggetto in esame permettendo di cogliere la pienezza dell’esperienza che produce e di interrogandosi sulla capacità/possibilità delle parti di dar vita al cambiamento, partendo dal riconoscimento delle potenzialità, latenti o manifeste, attraverso le quali affrontare, a partire dal contesto, la crisi o, in ottica preventiva, le possibili condizioni che scatenano la crisi.

L’azione di mediazione è qui dunque intesa, anzitutto come capacità del mediatore di sagomarsi alla realtà data, aiutando le parti a comprendere la realtà della crisi, facendo perno sulle loro risorse per superarla positivamente.
Sono parte caratterizzante di questo approccio alcuni presupposti che favoriscono l’efficacia dell’intervento come, l’abbiamo già accennate ma è bene ribadirle:
  • approcciarsi alle parti in un’ottica maieutica affinché le soluzioni proposte e validate siano il frutto di una scoperta e di una consapevolezza maturata autonomamente nel confronto, e non l’esercizio di consigli e buone pratiche tratte da qualche “ricettario del mediatore”;
  • accompagnare le parti a prendere consapevolezza del processo attraverso il quale ognuna di esse percepisce, assimila, investe e svuota di senso le proprie condizioni esistenziali dando il proprio contributo alla costruzione di un personalissimo modello di interpretazione e di azione sul mondo;
  • lavorare alla conquista di una nuova autonomia dei soggetti coinvolti, affinché riconquistino fiducia in se stessi, modifichino positivamente gli eventuali atteggiamenti aggressivi o sottomissivi e si dispongano nella migliore condizione per scoprire nuove opportunità di determinarsi;
  • e, infine, ma non per ultimo, procedere lungo questi sentieri avvalendosi delle opportunità di conoscenza, di progettualità e di azione provenienti da tutte le forme e le espressioni della cultura umana, pensando alla mediazione coniugale come ad un contenitore dinamico dove i saperi tutti possono essere canalizzati per cogliere uno stesso oggetto da più punti di vista, svelando la moltitudine di verità che lo determinano e le possibilità tras-formative che cela, abbracciando e riconoscendo così la complessità di ogni storia d’amore e degli sguardi multidisciplinari necessari a comprenderla.
Tale borderò, lungi dal voler promuovere qualsiasi lettura meccanicistica della mediazione coniugale, vuole ribadire invece la necessaria complessità di questo approccio, dettata anzitutto dalla fase di confusa transizione in cui siamo immersi dove l'amore annaspa in mezzo a un guado: trascinato da una parte dalle correnti del passato che hanno nutrito e nutrono un'idea dell'amore che, dall'altra parte, le correnti del presente faticano a capire e contemplare.

Ed è a partire da questa confusione (che sempre emerge sulla scena della mediazione familiare) che si fa largo, la necessità di una "pedagogia dell’amore di coppia" che accompagni la mediazione coniugale non solo nell'affrontare la "crisi d'amore" ma anche, è importante ridirlo: per anticiparla, prevenirla e, potenzialmente, per fare davvero di ogni amore una storia vissuta, fino in fondo ai suoi confini e oltre i suoi confini, con pienezza, rispetto, consapevolezza, ossia con quella partecipazione capace di generare un produttivo benessere evolutivo per ognuno degli attori che vi sono coinvolti -ivi compresi gli eventuali minori.

Obiettivo di questa pedagogia dell’amore di coppia non è, dunque, quello di muovere riflessioni o escogitare strategie affinché le coppie non si separino o stiano insieme il più a lungo possibile, bensì che ogni coppia e i suoi singoli componenti trovino il modo migliore per vivere la relazione amorosa quale continua occasione di crescita, generatrice di felicità potenziali.

lunedì, luglio 02, 2012

Quando la Mindfulness è ancora più preziosa


La Mindfulness come sostegno nelle patologie organiche gravi e nel trattamento del dolore cronico. Pratiche di Mindfulness per l’elaborazione del lutto e delle angosce di morte.

Spesso costruiamo la nostra identità sulla nostra storia personale, su ciò che amiamo e a cui teniamo: corpo, emozioni, sentimenti, affetti, progetti da realizzare, su un senso di continuità e stabilità.
L’incontro con la malattia (in particolare con le patologie organiche gravi e con il dolore cronico invalidante), la perdita di una persona cara, la nostra stessa possibilità di morte ci pongono di fronte a una rottura di questa continuità e stabilità. Sorgono emozioni così potenti e dolorose che intaccano il nostro senso d’identità provocando angoscia, disorientamento, disperazione, confusione, avversione. Tutto questo influisce sulla percezione del dolore, diminuisce l’efficienza del sistema immunitario e aggrava la stessa patologia organica, lascia senza difese e risposte di fronte al mistero della morte.
Da qui l’importanza di coltivare uno stato mentale mindful che permetta di attraversare le situazioni difficili della vita rimanendo il più possibile stabili e centrati, presenti a quello che accade, momento per momento, con apertura e senza giudizio.

Programma:

Verrà introdotto il significato della mindfulness in relazione al contesto clinico, in particolare per quanto riguarda le patologie organiche, il lutto e l’incontro con la morte. Saranno anche presentati alcuni studi scientifici sui benefici delle pratiche mindfulness in varie patologie e nel dolore cronico.
Sarà condiviso il significato di sofferenza e ne verranno esplorate le sfaccettature sensoriali, emotive e cognitive.
Verranno proposte specifiche pratiche di mindfulness:
•    per il contenimento del dolore fisico,
•    per accedere alle molte altre non condizionate risorse personali rispetto a quelle messe in discussione dalla malattia,
•    per sviluppare l’arte del lasciar andare i contenuti mentali dolorosi e iatrogeni messi in moto dalla convivenza con la patologia organica e dalle cure mediche necessarie a farvi fronte,
•    per permettere l’emergere di qualità mentali (accettazione, benevolenza, pazienza, equanimità, disidentificazione, stabilità e calma) più utili ad attenuare l’impatto delle circostanze stressanti e dolorose della vita.
Ci avvicineremo con gentilezza agli stati mentali che più frequentemente accompagnano le esperienze di perdita e di morte: stati dolorosi quali la confusione, il rifiuto, l’isolamento, la collera, tutti i modi che abbiamo per difenderci dal panico inevitabile, ineluttabile, insito nella percezione di noi come esseri “finiti”. 

Alterneremo momenti di meditazione, immaginazioni guidate ed esperienze di relazione – che ci aiuteranno ad affrontare i contenuti proposti dal punto di vista emotivo, esistenziale e spirituale - a momenti di condivisione nei quali ciascun partecipante avrà la possibilità di parlare ed esprimersi riguardo ai propri vissuti.
Faremo esperienza di come, attraverso la pratica di mindfulness la mente può essere più libera e in grado di rispondere alla sofferenza anziché reagire ad essa in modo automatico e compulsivo.

E’ possibile attraverso una diversa esperienza di noi stessi - sperimentando dimensioni quali la fiducia, il lasciar andare, l’accettazione - percepire la morte, la perdita in un modo diverso: “guardare la nascita e la morte degli esseri è come vedere i movimenti di una danza” dice il Buddha. E poiché la paura che abbiamo della morte è direttamente proporzionale alla paura che abbiamo della vita, sperimentando un modo diverso di avvicinare la morte scopriremo un diverso e più libero modo di avvicinarci alla vita.

Destinatari:
Il seminario si rivolge ai professionisti impegnati ad assistere (fisicamente, psicologicamente e moralmente) persone gravemente malate e a coloro che in questo momento stanno attraversando un’esperienza di malattia e che sentono il bisogno di elaborarla.

Quando:
Corso residenziale dal 19 al 25 agosto 2012
Agriturismo Terra del Nomade, Umbertide

L’Agriturismo Terra del Nomade
“La terra del nomade” è un agriturismo in Umbria che conserva elementi originali e ne interpreta altri con gusto contemporaneo. Immerso nel verde, in una zona panoramica, comprende cinque appartamenti da trentacinque a centoventi metri quadri. Dispone anche di una grande e spaziosa area camping per ospitare chi preferisce dormire in tenda. Pause di relax e di refrigerio sono garantite grazie alla piscina all’aria aperta, circondata da un panorama straordinario. La terra del nomade è ideale per il nostro corso, ma anche per offrire momenti piacevoli alla fine delle attività.

Conducono il corso:
Bianca Pescatori
Psicoterapeuta e Presidente Centro Italiano Studi Mindfulness. Ha una formazione in Psicoterapia Psicoanalitica per l'Infanzia e l'Adolescenza e in Psiconcologia. Ha approfondito l'intervento per i disturbi gravi di personalità secondo il modello Cognitivista-Evoluzionista. Conduce gruppi clinici nell'ambito della Mindfulness. Studia e pratica meditazione Vipassana da molti anni seguendo gli insegnamenti di Corrado Pensa. Ha partecipato a ritiri di vari insegnanti tra cui: Ajahn Chandapalo e Ajahn Sumedho, Ven. Sujiva, Ajahn Kantiko, Visuddhacara, Vivekananda, Patricia Genoud.

Rosaria Laurenza
Insegnante di educazione fisica. Specializzata sul sostegno nell'area psicomotoria per i ragazzi diversamente abili. Danzaterapeuta e consulente psicopedagogica ad orientamento analitico-transazionale. Insegnante di yoga (diploma quadriennale del Khyf con sede a Madras) secondo la tradizione di Krishnamacharya e del figlio Desikachar.
Ha approfondito lo studio dello yoga e della meditazione zen con seminari e ritiri tenuti da vari maestri:  F: Ostaseski, C. Marechall, Tich Nhat Hanh, Helga  e Karl Riedi. Ha lavorato nella scuola con un progetto triennale "Yoga e apprendimento per i ragazzi diversamente abili". Ha insegnato yoga a gruppi di adolescenti con problemi di tossicodipendenza presso il Ce.I.S di Roma e ai ragazzi ricoverati nel reparto oncologico dell'ospedale "Gemelli" di Roma.

sabato, marzo 03, 2012

L'Amore alla Fine dell'Amore


Esce in questi giorni, per i tipi della Firera & Liuzzo Publishing l'ultimo libro di Massimo Silvano Galli:  "L'amore alla fine dell'Amore" un volo panoramico, un viaggio a discendere, capitolo dopo capitolo, nei territori della mediazione familiare, attraversando alcune importanti e innovative argomentazioni attorno a una disciplina in Italia ancora troppo poco conosciuta e frequentata. 



La crisi che la coppia porta nel setting della mediazione è sempre carica di molteplici istanze, quasi mai esplicite e non esclusivamente circoscrivibili entro l'obiettivo della separazione né, men che meno, consapevolmente mosse dalla necessità di superare costruttivamente il conflitto o di aprire una nuova comunicazione capace di riconfigurare una relazione che ha perduto la gran parte delle risorse e delle energie propositive, comprese, quindi, quelle energie in grado di individuare, davanti ad un ostacolo, alternative e benefiche vie per superarlo.


La volontà di separarsi, persino laddove è esplicita e manifesta, si presenta, spesso, quale possibilità tra le tante che in quel momento albergano la mente della coppia; certo a volte la più accreditata, ma raramente l'unica possibile. Più frequentemente di quanto si possa immaginare, persino la coppia che sceglie la via giudiziaria è sostanzialmente animata da uno stato di confusione dove sopra a tutto prevale il desiderio di risolvere un malessere che ha già provato e fallito diverse strade per sedarsi e la cui più decisa presa in carico si avverte come non rinviabile. 



Con questa urgenza, in cui si muovono e prendono corpo emozioni ambivalenti, risentimenti, delusioni, nonché una buona dose di confusività amplificata dalla spirale del conflitto, la coppia si rivolge al mediatore con tutto il suo smarrimento e con la sensazione di aver perduto quella bussola grazie alla quale orientiamo e governiamo le nostre vite e, a volte, guidati verso un qualche nord magnetico, battiamo nuove e proficue strade non ancora sperimentate. La crisi manifesta, in qualche modo, che la bussola si è rotta, che non segna più alcun nord e che, mentre ogni precedente mappa è (apparentemente) inutilizzabile, tracciarne di nuove sembra compito se non impossibile, quantomeno impervio.

Per aiutare davvero le parti a dipanare questa nebbia e darsi la possibilità di accedere ad un panorama esistenziale differente, capace di rispondere ai desiderata e alle esigenze profonde di ognuno e, soprattutto, degli eventuali minori coinvolti, il mediatore dovrà, allora, lavorare affinché si riapproprino (e non solo individualmente) dei loro sistemi di orientamento, li ricalibrino o ne definiscano di nuovi entro cui stabilire le coordinate delle rinnovate esistenze a venire a cui, separazione o meno, dovranno andare incontro se desiderano veramente passare dall'attuale condizione a un nuovo stato in cui regna il ben-essere.

Il problema, dunque, non è semplicemente separarsi o restare insieme ma, semmai, in entrambi i casi: come farlo. E, allora, la differenza che può fare la mediazione sta davvero nella possibilità di sollecitare la coppia a incamminarsi nuovamente verso la costruzione di un nuovo amore, di un amore diverso alla fine di quell’amore che non ha retto, almeno nelle modalità in cui è stato gestito.

La coppia, presa nel dolore della separazione, tende a fuggire alla consapevole ricostruzione di una, per quanto differente, unità emotiva familiare per lasciarsi andare ai flussi delle emozioni distruttive. La mediazione dovrebbe ricordare loro che l’unico modo per uscire dal dolore e dai risentimenti per il perduto amor è, invece, proprio quello di ritessere il mantello delle emozioni costruttive, facendo perno sull’amore (dei figli, ad esempio) perché rimetta insieme i pezzi sparsi di una storia che comunque continua; ma occorre stare vicini a queste famiglie e insegnare loro la poesia dell’inventarsi, del costruirsi, del ricostruirsi e la passione dell’incollare; solo antidoto possibile alla passione morbosa ed autodistruttrice d’ogni frettolosa cesura.